Produttori di Oil Skimmer

JP | Sunday, 24th February 2013

Esiste una miriade di produttori di oil skimmers e ci pare non esista cantiere navale, grande o piccolo che sia, che non si sia cimentato almeno una volta nella loro costruzione.

In appendice alleghiamo un elenco di “skimmer vendors” che rende l’idea della dimensione e diffusione geografica del mercato.

 

La ragione di tanto interesse dipende, probabilmente, anche da queste considerazioni:

  • grande quantità di risorse messe a disposizione per interventi di bonifica;
  • sensibilità pubblica crescente verso cura, tutela e manutenzione dell’ambiente.

 

La gestione delle risorse finanziarie in eventi emergenziali come quelli di cui stiamo trattando non è assoggettabile ai normali canoni di valutazione e ponderazione dei rapporti costi/benefici né gli stessi costi e benefici possono essere ricondotti a valutazioni standardizzate. Bisogna infatti tener conto sia dell’oggettività dei fatti sia del forte impatto emotivo che gli stessi generano a livello sociale generale.

Abbiamo visto come i costi possano essere altissimi e riconducibili a danni di svariata natura, da quelli alle cose a quelli all’ambiente, da quelli alle persone a quelli alle loro attività, da quelli oggettivi come i mancati guadagni a quelli soggettivi come il danno esistenziale, da quelli prevedibili come l’inquinamento di un litorale a quelli imprevedibili come l’inquinamento di una falda acquifera o di un acquedotto ecc.

 

Questi fatti generano elevatissimi (e giusti) allarmi sociali che a loro volta impongono alle classi dirigenti pubbliche e private, in un tempo breve e “senza badare a spese”, di:

  • intervenire la dove esiste l’oggettiva necessità di rimuovere o ridurre un danno e anche
  • di dimostrare la loro efficienza organizzativa per
      • diminuire la “sensazione di paura” indotta dal rischio catastrofe e
      • garantire l’avvenuta acquisizione di una sufficiente sensibilità per la tutela ambientale.

 

Nelle situazioni d’emergenza, proporzionalmente alla sensibilità sociale dell’area geografica in cui esse avvengono (p.e. maggiore negli USA che non in Nigeria), si ingenerano forti interazioni tra industrie produttrici di sistemi di bonifica e loro utilizzatori negli interventi, come quelle di cui all’allegata nota su business e Golfo del Messico di cui diamo conto in allegato.

Anche in situazioni non emergenziali e cioè di normale gestione del “bene pubblico mare” esiste una elevata e crescente sensibilità sociale alla tutela ambientale che impone l’impiego di strumenti, tecnici e organizzativi, che garantiscano e mostrino di garantire al meglio detta tutela.

Le classi dirigenti pubbliche e private sono quindi costantemente impegnate a realizzare e dimostrare il loro impegno con la creazione di specifiche organizzazioni, di pronto intervento per emergenze o dedicate alla manutenzione delle acque, che si concretizza con la formazione specialistica del personale ad esse addetto e l’acquisto e rinnovamento dei parchi mezzi più efficaci disponibili sul mercato.

Questo impegno genera consenso e apprezzamento che, notoriamente, non hanno prezzo e quindi consentono che il mercato di detti strumenti e degli skimmer in particolare possa essere esteso e variegato nella sua offerta.

 

L’offerta risponde sia alla

  • limitata disponibilità economica della piccola municipalità o della piccola attività costiera, con piccoli natanti più o meno efficaci ma pur sempre adatti a dimostrare l’impegno, sia alla
  • notevole disponibilità di grandi aziende o ricche municipalità che si dotano di un variegato parco di attrezzature comprese grandi e costosissime navi destinate a passare la quasi totalità della loro vita ormeggiate in banchina.

 

La produzione è quindi rivolta a presentare sempre nuovi strumenti dotati di caratteristiche ed appeal che li rendano indispensabili a dimostrare la dovuta attenzione alla tutela ambientale sia in termini di manutenzione che di predisposizione ad interventi d’emergenza e il parametro che sembra sia stato assunto come discriminante in questa gara di evoluzione tecnologica è quello della potenza, della capacità estrattiva.

 

Così c’è molta tensione verso potenze sempre maggiori che sono cresciute fino a 5-600 m³/h. La macchina RBS Triton URO 600 di AcquaGuard (nella figura qui accanto) garantisce la capacità estrattiva di 604 m³/h con un costo superiore al milione di dollari. E’ pur vero che la testa pescante di questa macchina è semovente ma è altrettanto vero che è solidamente vincolata alla nave appoggio e il suo raggio d’azione è limitato a poche decine di metri. La chiazza necessaria a contenere 500 m³ di petrolio, quando la coltre fosse spessa 1 cm e tenendo conto che la tabella dei colori e dei riflessi considera spessori fino a 1 mm, sarebbe estesa per 50.000 m² che dovrebbero essere mantenuti a spessore costante e percorsi in un’ora da quello skimmer per sfruttarne circa l’80% della potenzialità.

Si noti come in questo filmato promozionale l’azienda produttrice dia molto maggiore risalto agli aspetti emozionali che non alla effettiva efficacia delle proprie macchine nel reale teatro di intervento, nonostante il richiamo iniziale alla loro partecipazione nelle opere di bonifica nel Golfo del Messico ed alla possibilità di inserire, crediamo, riprese della reale efficacia in reali interventi.


D’altra parte nel protocollo “Application of the American Society of Testing and Materials’ (ASTM) New Skimmer Test Protocol” si legge: nella vasca di prova in acqua salata di Ohmsett, New Jersey – “Lo spessore di olio deve essere sostanzialmente costante per simulare condizioni di prova ideali. I test effettuati nel 2007 hanno mostrato che al crescere dello spessore da 5 cm (2 inches) in su non ci sono significative variazioni di tasso di recupero d’olio (ORR – oil recovery rate). L’indicazione di massima è di versare nella vasca 4100 L (1080 gallons) di petrolio per raggiungere uno spessore iniziale di 7.5 cm (3 inches) ed effettuare il test misurando l’efficienza dello skimmer lasciando diminuire lo spessore d’olio da 7.5 cm a 5 cm (3 inches to 2 inches).

 

Ribadiamo di ritenere inconfutabilmente importante la capacità di estrazione ma è ancora più importante la capacità di intercettare ciò che si deve raccogliere al fine di alimentare al meglio i mezzi d’estrazione: le emergenze non si eseguono in vasche chiuse riempite di petrolio.

Quello che si evince dall’analisi dello stato dell’arte di prodotti e produttori è che molti sistemi separano molto bene ma non sono molto efficaci i metodi di intercettazione degli inquinanti da raccogliere e per raggiungere lo scopo si é ricorsi a soluzioni estreme e molto costose come la nave “Bottsand”.
In pratica, nella generalità dei casi, il metodo prevede di circoscrivere il versamento in un recinto di barriere galleggianti e quindi di calare l’oil skimmer all’interno di quel recinto. I dispositivi attrezzati come oil skimmers in grado di dirigersi verso la chiazza e di attraversarla per raccoglierne una parte sono prevalentemente battelli dotati di nastri trasportatori: sono poco manovrabili e poco efficienti in genere.
Solo i bracci rigidi galleggianti di Koseq hanno la prerogativa di potersi muovere attraverso la chiazza con efficienza ma sono concepiti per versamenti gravosi e necessitano di complesse strutture di supporto e di una nave appoggio talmente dedicata da diventare essa stessa parte dello skimmer.
Diverso è il discorso sulle panne assorbenti che sono capaci di compiere il loro lavoro ma necessitano di barche a motore per il trasporto e la posa, di traino per incontrare la macchia da assorbire e quindi di richiamo a bordo e trasporto in una discarica per lo smaltimento

  
  
     

Utilizzatori di Oil Skimmer

JP | Friday, 22nd February 2013

Gli utilizzatori degli oil skimmers sono organizzazioni che intervengono nella bonifica di specchi d’acqua; possono essere piccole aziende con limitati mezzi fino a grandi multinazionali; la loro proprietà può essere totalmente privata, mista o totalmente pubblica.


Prendiamo a modello delle esigenze delle organizzazioni il chiaro e compendioso approfondimento presente nei “Rapporto di Sostenibilità Ambientale, Sociale, Economica” del Porto Petroli Genova di Multiedo per gli anni 2009-10 . Il terminal petrolifero (di Multedo) è una struttura per lo sbarco, l’imbarco e il trasferimento di petrolio.
Da quei rapporti estraiamo qui pochi concetti in forma di definizioni al fine di evidenziare come la presenza di olio in acqua sia totalmente da condannare e quanto sia necessaria la prevenzione e l’immediata bonifica di spillaggi anche minimi che dovessero verificarsi.
E’ importante notare come ai fattori tecnici si sommino quelli sociali e politici.

 

  • è fondamentale il consenso da parte della comunità locale e delle istituzioni;
  • rendere più sostenibile la convivenza tra quartiere e terminal riducendone al minimo l’impatto;
  • è necessario che ci sia la garanzia della tutela dell’ambiente;
  • si attua il monitoraggio continuo della regolarità e della sicurezza delle operazioni;
  • si applica sistematica diagnosi della capacità di rispettare le prescrizioni ISO 14001:2004;
  • il concetto di Safety Ambientale è considerato dalla Società un aspetto prioritario;
  • ridurre al minimo i rischi attuando un’efficace azione di prevenzione e controllo degli incidenti;
  • la Società è dotata di attrezzature di sicurezza all’avanguardia;
  • la Società fornisce addestramento specifico al personale;
  • Il safety management di disinquinamento si effettua tramite una flotta di battelli specializzati che usano sistemi di contenimento della chiazza e di raccolta degli idrocarburi in acqua.


Le organizzazioni, le macchine, le modalità d’esecuzione e la capacità di reazione sono naturalmente commisurate al contesto in si opera; così avremo, per esempio, piccole imbarcazioni nel Golfo di Trieste e grandi unità sul fiume Hudson.



Gabbiano - Trieste
LadySkimmer
Weedoo Green Oil Spill Boat
Dep Cormorant Skimmer Vessel
East River (New York City)
New Jersey O.S.R. Vessel
Hudson River, New York
Damen Pollution Tom
Rotterdam


Gli interventi possono avere caratteristiche quali:

  1. manutenzione
  2. pulizia
  3. pattugliamento
  4. risposta in teatri drammatici

 

IMO fa una classificazione in base al tipo di intervento d’emergenza ottenibile da un gruppo, costituito da una o più organizzazioni, in funzione della gravità di uno sversamento che è definito da 3 livelli (tier).



competenzequantitàlivello
gruppo 1locali – regionali – nazionalifino a 7 tons.tier 1
gruppo 2regionali – multi-nazionalifra 7 e 700 tons.tier 2
gruppo 3internazionalioltre 700 tons.tier 3


I gruppi di organizzazioni sono integrati nei piani d’emergenza (oil spill contingency plan) predisposti dalle autorità  e dalle società preposte ad affrontare emergenze da sversamento di petrolio.


In base alla loro capacità d’intervento le singole organizzazioni possono essere più o meno adatte ad intervenire in teatri catastrofici; la loro probabilità d’impiego cresce con l’aumentare della dimensione del versamento perché con più è critica una situazione con più si utilizza ogni tipo di risorsa disponibile, anche la più piccola.

Le organizzazioni si costituiscono con finalità diverse: alcune esclusivamente per interventi d’emergenza, altre esclusivamente per operazioni di manutenzione, pattugliamento e pulizia che prescindono da emergenze e incidenti e altre ancora per qualsiasi tipo di intervento. La caratterizzazione dell’organizzazione è data dal tipo di attrezzature e competenze di cui dispone: le attrezzature per interventi in alto mare non servono in un porticciolo e viceversa. La partecipazione a interventi d’emergenza, così come l’attività di prevenzione e pattugliamento in un contesto industriale (p.e. raffineria costiera), necessitano di adeguate professionalità.


Nella matrice qui accanto sono rappresentati i punti di intersezione tra portate di skimmers, tipo di intervento e teatro d’azione. I pallini sulle portate necessarie indicano la necessità per l’organizzazione di disporre di almeno una macchina in grado di esprimere quella portata senza naturalmente escludere macchine con portate inferiori.


I pallini blu indicano le applicazioni di interesse per TJP.


La prevenzione é caratteristica di attività che includono il rischio d’inquinamento e sono dotate di strutture, macchine e strumentazioni mantenute in perfetta efficienza, non utilizzate nella quotidianità ma pronte ad essere attivate in caso di emergenza.


Il pattugliamento si svolge con continuità a caccia di eventuali immissioni e allarmi su superfici d’acqua dove si svolgono attività che includono il rischio di inquinamento per emergenza o per operazioni di routine.


La manutenzione si svolge con azione discontinua, sganciata da emergenze e incidenti, su tutte le superfici marine in prossimità di popolazioni e attività sociali, turistiche, industriali e commerciali al fine di rimuovere evidenti inquinamenti e iridescenze.


La pulizia fine è l’attività finalizzata ad evitare il formarsi di iridescenze e a rimuovere anche le più sottili di esse per mantenere l’acqua pulita e limpida, con un continuo filtraggio della superficie, in aree di particolare interesse pubblico e sociale.


Le emergenze tier 1-2-3 sono contingenti a situazioni di allarme grave.


In tali contesti si attivano i piani programmatici d’intervento (oil spill contingency plan ) che nei casi più gravi possono prevedere il ricorso a qualunque mezzo e risorsa disponibili.

In Italia le direttive per le emergenze prevedono, nell’ordine, l’attivazione di:

 

  • Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare Direzione generale per la protezione della natura e del mare Via Cristoforo Colombo 44, 00147 Roma.
  • Comando Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto Centrale Operativa per le Emergenze in Mare Viale dell’Arte, 16 – 00144 Roma.

Da questo comando dipendono la Guardia Costiera  e le Direzione-Mare cui fanno capo altrettanti centri secondari di soccorso (MRSC), dotati in proprio di mezzi idonei al pronto intervento.



DirezioneMare
TriesteReggio CalabriaCagliari
VeneziaAnconaGenova
RavennaPalermoLivorno
AnconaRoma
BariNapoli

  • Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare

Divisione VII Difesa del mare dagli inquinamenti
Via Cristoforo Colombo 44, 00147 Roma


che ha, fra gli altri, i compiti istituzionali di

– Pianificazione e coordinamento degli interventi in caso di inquinamento marino, anche in collaborazione con le Capitanerie di Porto;
– Valutazione degli effetti conseguenti all’esecuzione dei piani e progetti per gli interventi in caso di inquinamento marino;
– Monitoraggio e controllo degli interventi attuati per fronteggiare situazioni di emergenza nelle materie di competenza in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile;
– Gestione della procedura di recupero delle spese derivanti dagli interventi antinquinamento.


Da questo Dipartimento dipendono le “strutture per gli interventi” in difesa del mare.

Nel sito del Ministero si legge: “È In corso di realizzazione un sistema GIS che informerà sulle attività di pronto intervento e le emergenze in mare, permettendo di visualizzare e localizzare:

 

  • I mezzi nautici della flotta antinquinamento
  • Le aree oggetto di intervento
  • I porti vicini   (muniti di materiali deputati al disinquinamento, quali panne assorbenti e disperdenti, skimmer, ecc … )” ( tutelamare > strutture per gli interventi )

 

Il Ministero dell’Ambiente ha dato, dal 2005, in concessione a Castalia Ecolmar lo svolgimento dei servizi di antinquinamento in mare.


Castalia nasce a Napoli il 22 luglio 1986 in ottemperanza al Decreto Ministeriale 727/86 emanato dal Ministero per il Coordinamento della Protezione Civile che prevedeva la costituzione di una società all’interno del gruppo IRI che si occupasse di eseguire interventi nel settore della depurazione delle acque reflue, dello smaltimento di rifiuti tossici e nocivi, della bonifica ambientale, della ricerca e del monitoraggio ambientale. I soci fondatori sono stati Finmeccanica e Italimpianti (25%), Telespazio (15%), Italeco e Società Italiana per Condotte d’Acqua (12.5%), IRI e Finsiel (5%). Successivamente la società passa sotto il controllo di Italstat, poi di Iritecna (30% direttamente, 20% tramite Italtekna). Dopo il 1991 viene ceduta ad Italimpianti (IRI-Fintecna) e nel 1995 è stata privatizzata ed acquistata da Fiat Impresit S.p.A.. Nello stesso anno Fiat Impresit diventa Fisia Italimpianti.


Ad oggi (22/02/2013) l’azienda si chiama “Castalia Ecolmar S.C.p.A. – Società Italiana per l’Ecologia Marina”, proprietà del gruppo Impregilo, concessionaria dal 2005 del Ministero dell’Ambiente per i servizi di pubblico interesse relativi alle attività antinquinamento in mare (disinquinamento marino e protezione coste).



Castalia Ecolmar S.C.p.A.
nr.Società%nr.Società%
1Aqualia S.r.l.66,219Guardie ai Fuochi del Porto di Venezia Soc.Cooperativa p.A.0,3
2Globeco S.p.A.1220I.MAR.S S.r.l.0,3
3Moby S.p.A.3,2521Oromare S.p.A.0,3
4Nuova CO.ED.MAR S.r.l.322Rimorchiatori Siciliani S.r.l.0,3
5Sarda Bunkers S.p.A.1,523Transmare  S.r.l.0,3
6Somat S.p.A.1,524Rimorchiatori Salerno S.r.l.0,25
7Naval Service S.r.l.125Impresa Tito Neri Lavori Pubblici S.r.l.0,25
8Marnavi S.p.A.126Labromare S.r.l.0,25
9Diamar S.p.A.127Poseidon S.r.l.0,25
10Battellieri Cagliari S.r.l.0,8328Ecolroma S.r.l.0,25
11Giuseppe Santoro S.r.l.0,8329Ecoservice S.r.l.0,25
12Soc.Cooperativa S.Giorgio Barcaioli a r.l.0,8330Patania Servizi Marittimi S.r.l.0,25
13Servizi Ecologici Porto di Genova S.p.A.0,7531TEC.MA Tecnologie Marittime S.r.l.0,25
14Mare Pulito S.r.l.0,532Rimorchiatori Riuniti Porto di Genova S.r.l0,2
15S.A.M.. S.r.l.0,533GESMAR Gestioni Marittime S.p.A.0,13
16Ternullo Cristoforo S.r.l.0,534S.E.R.S. Società Esercizio Rimorchi e Salvataggi S.r.l.0,13
17Tripnavi S.p.A.0,4535Secomar S.p.A.0,1
18Crismani Ecologia S.r.l.0,3

 

I Piani per la Gestione dell’Emergenza in caso di Inquinamento Marino prevedono che le Aziende operanti con rischio di sversamento di idrocarburi siano dotate di mezzi idonei agli interventi di prevenzione, controllo e bonifica in caso d’emergenza.


Di questo insieme di operatori, in Italia, fanno parte:



12 raffinerie costiere che lavorano un quarto del greggio di tutto il Mediterraneo
Priolo G. (SR)Taranto
ERG MED. Raff. IsabImpianti Nord - Priolo G. (SR)P. Marghera (VE)
ERG MED. Raff. IsabImpianti Sud - Augusta (SR)Livorno
Gela (CL)Pantano (RM)
Milazzo (ME)Falconara M. (AN)
Sarroch (CA)Busalla (GE)


9 piattaforme di estrazione off-shore
Abruzzo/MoliseSiciliaMarche
Rospo Mare APerla - Gela1Sarago Mare1
Rospo Mare BPreziosoSarago Mare A
Rospo Mare CVega A


13 Terminal petroliferi
Tal Oil – SIOT TriesteTarantoMilazzo (Messina)Livorno
Venezia Porto MargheraAugusta (Siracusa)GelaGenova-Multedo
FalconaraPriolo (Siracusa)CagliariSavona-Vado Ligure
Fiumicino


14 grandi porti petroliferi
Mil-tons/anno% ITAMil-tons/anno% ITA
Milazzo15,25,80%Livorno4,61,70%
Gela7,42,80%Fiumicino51,90%
Siracusa-Melilli13,55,20%Taranto5,52,10%
Priolo13,55,20%Falconara3,91,50%
Augusta3111,90%Venezia2710,50%
Genova4918,80%Trieste4517,30%
Savona145,30%Cagliari-Sarroch2610%

 

120 depositi costieri (fonte “elenco dei depositi”)

Le DirezioneMare della Guardia Costiera così, il Corpo dei Vigili del Fuoco, ognuno dei soci armatori di Castalia e le Aziende soggette a rischio di sversamento sono dotati di mezzi e competenze per l’intervento antinquinamento e sono inseriti nei Piani di Intervento d’Emergenza (oil spill contingency plan).

Queste categorie di operatori sono quindi necessitate a coinvolgersi nello studio approfondito delle loro stesse esigenze e quindi a ricercare le caratteristiche che meglio le soddisfano tra quelle offerte dal mercato.

  
  
     

Spessori degli Inquinamenti

JP | Friday, 22nd February 2013

Per spiegare il perché del nostro continuo insistere sull’importanza dello spessore del versamento da bonificare e ricordando la frequente presenza di iridescenze, provenienti da piccole perdite o da lontani eventi, oggettivamente rilevabili in porti e porticcioli o in prossimità delle rive, riportiamo una tabella stilata da IMO (International Marine Organization) da cui si può dedurre quale spessore abbia la pellicola di idrocarburi e quale sia la sua quantità per unità di superficie in funzione dell’osservazione del colore della superficie del mare e dei suoi riflessi.



riflessi e colori sulla superficiemmm³/Km²l/Km²Kg/Km²
argento0,0001
0,1
100
80
arcobaleno0,0003
0,3
300
240
marrone0,1
100
100.000
80.000
arancio1
1.000
1.000.000
800.000

Si faccia mente locale alla gran quantità di immagini (per esempio nel web) sul versamento nel Golfo del Messico e ci si renderà conto che i colori arancio e marrone sono dominanti. Le foto tendono a dimostrare la gravità della situazione e quindi ritraggono i danni maggiori e più spettacolari. Ebbene, in quelle condizioni lo spessore della coltre arriva a 1 mm. e un suo m² compatto contiene al massimo 0,8 Kg. di petrolio, più o meno un litro ovvero un millesimo di metro cubo: 0,001 m³/m².



colori e riflessi sulle acque del Golfo del Messico

Il rapporto ISPRA ” Sversamenti di prodotti petroliferi: sicurezza e controllo del trasporto marittimo “, a pag. 62, dice:

“L’efficacia della rimozione meccanica decresce sensibilmente all’aumentare del moto ondoso e della velocità del vento. Viene consigliata se l’altezza delle onde non supera 2–3 piedi (0,6 – 0,9 m) e se la velocità del vento è inferiore ai 9-10 nodi, parametri questi che possono limitare anche la sicurezza delle operazioni del personale impiegato. Inoltre, la rimozione meccanica non è consigliata quando lo spessore del film di petrolio è inferiore ad un millesimo di pollice. Ricorrere alla rimozione meccanica implica anche la pianificazione delle operazioni di trasporto e stoccaggio del petrolio raccolto.”

  
  
     

La Bonifica

JP | Thursday, 21st February 2013

Per limitare i danni é necessario che l’uomo intervenga velocemente e direttamente, lasciando ai processi naturali, per loro natura molto lunghi, il completamento dell’azione pulente.

L’accordo internazionale di Helsinki per la protezione del mar Baltico prevede l’impegno per le nazioni firmatarie ad intervenire entro 6 ore dall’incidente e a neutralizzare il versamento in mare di 10.000 tonnellate di petrolio entro 10 giorni. “Bisogna allora pensare a una distribuzione lungo le coste di un maggior numero di navi” (mezzi d’intervento n.d.r.) come affermava l’ing. Pietro Degli Esposti del Centro Studi di Tecnica Navale di Fincantieri (CETENA) già nel 1994. (allegato “Versamenti di idrocarburi e danni ambientali”)

 

L’intervento umano si articola nelle seguenti fasi:

  • individuazione della fonte inquinante;
  • limitazione del versamento;
  • contenimento del greggio;
  • pulizia del mare.

 

Individuazione della fonte inquinante

 

E’ estremamente importante perché in essa deve essere attuato il primo intervento teso a contenere e limitare l’espansione del versamento. Il primo allarme arriva solitamente dagli stessi causatori del versamento ma è comunque necessaria, da parte delle autorità competenti, una notevole attività di sorveglianza delle coste e del mare con navi ed aeromobili.

La fonte dell’inquinamento è il luogo in cui si ha il massimo spessore di petrolio galleggiante e quindi la possibilità di utilizzare con efficacia i grandi skimmers oleofili. Bastano poche centinaia di metri e poche ore perché il versamento assuma uno spessore inadatto a quei dispositivi.

 

Limitazione del versamento

 

In caso di incidente navale e qualora venissero raggiunti dal mare depositi, serbatoi, doppi fondi o casse contenenti liquidi inquinanti si deve cercare di trasferire il loro contenuto in altri contenitori integri.

Per essere efficace, l’intervento deve essere quanto mai immediato; la sua tempestività, eseguita con mezzi idonei, può evitare l’estensione dei danni.

 

Contenimento del greggio

 

E’ un’operazione che si fa utilizzando sbarramenti protettivi con boe e barriere galleggianti sia in fase preventiva che in fase operativa. Nei terminali degli oleodotti sono spesso presenti sia barriere galleggianti fisse sia sistemi di barriere a bolle d’aria per impedire che petrolio sfuggito accidentalmente possa spandersi nell’ambiente circostante. Correnti con velocità superiori a 1,5 nodi, tipicamente presenti nei fiumi o negli estuari, possono fare uscire il contenuto di olio dalla barriera.

In tali recinti l’olio raggiunge spessori nell’ordine di alcuni centimetri (fino a 10) rendendo possibile l’impiego di skimmers oleofili.

 

Pulizia del mare

 

In presenza di un disastro esiste una prima reazione emotiva delle popolazioni coinvolte e così vediamo interventi effettuati con ogni mezzo a disposizione: reti, secchi, stracci nella seppur illusoria prospettiva di ridurre, pulire o eliminare il danno. Successivamente assistiamo all’intervento di organizzazioni (i già citati gruppi di competenza “tier”) le cui operazioni sono pianificate negli Emergency Response Action Plan.

 

Interventi d’emergenza

 

E’ il dover rispondere a conseguenze di disastri ambientali che, per altro, sono più frequenti di quanto non appaia e non sono soltanto eventi paragonabili al Golfo del Messico.

E’ una situazione d’emergenza quella creatasi in Sardegna l’11 gennaio 2011 quando, durante le operazioni di travaso di olio combustibile dalla nave cisterna Emerald alla centrale termoelettrica dello stabilimento E.On di Fiumesanto, Porto Torres, a seguito del cedimento di una condotta ne sono stati versati in mare di 20.000 litri ( 20 m³).

Il versamento si è verificato “vicinissimo ad alcune fra le più belle spiagge dell’isola, da Platamona a Stintino e proprio di fronte all’area marina protetta del Parco Nazionale dell’Asinara” (Clara Gibellini su Il Fatto Quotidiano del 22 gennaio 2011).

Un’altra emergenza è quella occorsa sulle coste Pugliesi di Otranto a seguito di una chiazza oleosa, probabilmente originata dal lavaggio delle cisterne di una nave, che ha inquinato una larga fascia marina sino a giungere sulle spiagge del litorale. (Comunicato Stampa WWF – 27 agosto 2012)

Nel Mediterraneo gli interventi d’emergenza sono regolamentati secondo gli standards IMO previsti nella convenzione OPRC (Oil Pollution Preparedness, Response and Co-operation) alla quale si attiene REMPEC (Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for the Mediterranean Sea) per disporre le direttive di attivazione dei piani nazionali.

 

Il fuoco

 

L’incendio del greggio sversato è uno dei primi interventi ad essere attivati ed ha la finalità di eliminare il greggio mediante la sua combustione. A tal fine, per esempio, l’aeronautica militare britannica bombardò la petroliera Torrey Canyon onde evitare che il versamento raggiungesse le coste inglesi e francesi.

L’operazione deve essere eseguita al più presto, prima che le componenti più leggere ed infiammabili del petrolio volatilizzino, solo in condizioni di totale sicurezza e per attivare la combustione si spargono sul greggio sostanze altamente infiammabili.

Incendiare il petrolio è un’azione che richiede condizioni di calma (altezza delle onde inferiore a 0,6 – 0,9 m e velocità del vento inferiore ai 9-10 nodi | fonte ISPRA) ma è consigliata solo per rimuovere strati di petrolio di spessore di almeno 0,25 cm; è abbastanza complicato dare fuoco a chiazze di petrolio quando la velocità del vento si avvicina ai 20 nodi, ma una volta iniziata la combustione resiste anche a velocità del vento superiori. Negli Stati Uniti, bruciare il petrolio in situ richiede preventiva autorizzazione di organismi appositi quali i Regional Response Teams (RRTs) o i Federal On-Scene Coordinator (FOSC). Infatti, la combustione del petrolio può creare gravi effetti secondari che devono essere attentamente valutati: possono svilupparsi grandi quantità di fumi che possono impattare sull’avifauna e, più in genere, sul biovita presente nelle vicinanze, in altri casi i residui di petrolio combusto possono addensarsi e, una volta raffreddati, possono affondare e contaminare i fondali.

I risultati ottenuti con tali operazioni sono scarsi: la temperatura dell’acqua raffredda la sostanza inquinante impedendo il raggiungimento della temperatura di combustione delle diverse componenti, specialmente se lo stato del mare è agitato.

Esistono barriere resistenti al fuoco con cui circoscrivere la macchia d’olio e quindi provocarne la combustione mediante l’esplosione di cariche incendiarie installate nelle barriere stesse.

 

I disperdenti

 

I disperdenti riducono la tensione superficiale dell’interfaccia acqua/petrolio favorendo la disgregazione delle particelle di petrolio in parti sempre più piccole ostacolandone la successiva ri-agglomerazione. Sono costituiti da agenti chimici che emulsionano, disperdono o solubilizzano le molecole degli idrocarburi petroliferi nella colonna d’acqua, favorendone la degradazione ad opera di agenti fisici o microbiologici naturali. La naturale degradazione viene favorita dal moto ondoso del mare.

L’uso dei disperdenti richiede condizioni minime per essere efficace. Se la velocità del vento e l’altezza delle onde supera un certo limite (vento oltre i 25 nodi ed onde alte oltre 10 piedi o 3 metri), il petrolio, in particolare i suoi componenti più leggeri, si disperde naturalmente. Generalmente l’uso di disperdenti è limitato a film di spessore compreso fra il millesimo ed il centesimo di pollice, tuttavia i disperdenti di nuova generazione e nuove tecniche di impiego hanno esteso tale range anche a film spessi fino a 0,1 pollici (0,25 cm).

Anche per l’uso di disperdenti, negli Stati Uniti, occorre preventiva autorizzazione del Regional Response Teams (RRTs) o del Federal On-Scene Coordinator (FOSC).

I prodotti disperdenti sono classificati in due gruppi distinti:

  1. disperdenti convenzionali che contengono solventi di idrocarburi oltre ad una miscela di emulsionanti;
  2. disperdenti concentrati che contengono solventi ossigenati, agenti umidificati e miscele di emulsionanti.

I prodotti disperdenti concentrati di solito garantiscono una migliore e più celere dispersione rispetto ai disperdenti convenzionali. I prodotti disperdenti possono essere impiegati tal quali o diluiti con acqua di mare. Test di laboratorio hanno mostrato che i disperdenti, sia convenzionali che concentrati, quando diluiti possono disperdere un volume di idrocarburi pari fino a otto volte il proprio volume; invece, i disperdenti concentrati non diluiti possono disperdere un volume di idrocarburi pari a ottanta volte il proprio volume. Tali performance sono difficilmente riproducibili in condizioni reali in cui il rapporto di dispersione osservato è di circa 1 a 2 per i disperdenti convenzionali e circa 1 a 15 per i disperdenti concentrati non diluiti.

Quando la viscosità supera il limite dei 400 centistokes , viene osservata una diminuzione dell’efficacia dei materiali disperdenti. Poiché la viscosità aumenta al diminuire della temperatura, oli combustibili medi sono dispersi con difficoltà in mari freddi la cui temperatura è al di sotto di 10 °C.

L’applicazione di disperdenti avviene generalmente a mezzo di nave o aereo.

 

Gli assorbenti

 

Gli assorbenti sono costituiti da materiali inerti e insolubili in acqua che vengono utilizzati per rimuovere le molecole degli idrocarburi petroliferi e delle altre sostanze pericolose, sfruttando le loro capacità assorbenti (all’interno del materiale che funziona da spugna) ed adsorbenti (per rivestimento della superficie esterna del materiale).

Sulla base del test di efficacia un prodotto è considerato accettabile quando l’assorbente è in grado di trattenere almeno il 60% di petrolio rispetto al suo peso; sulla base del saggio di tossicità un prodotto è considerato accettabile quando non mostri effetti di tossicità statisticamente significativi rispetto al controllo.

Il decreto DPN-DEC-2009-403 del 31 marzo 2009 suddivide i materiali assorbenti inerti in tre categorie:

  1. assorbenti di origine vegetale o animale (paglia, fibre di cellulosa, sughero, residui di lavorazione di vegetali, piume di uccello),
  2. assorbenti di origine minerale (polveri vulcaniche, perliti, vermiculite, zeoliti),
  3. assorbenti di origine sintetica (polietilene, polipropilene, poliuretano, poliestere).

I materiali sono direttamente impiegabili in mare ammesso che risultino inerti da un punto di vista chimico e biologico anche a seguito di eventuali trattamenti, che non contengano sostanze chimiche additive e che non svolgano azione affondante nei confronti degli idrocarburi petroliferi.

 

Rimozione meccanica

 

La rimozione fisica del petrolio dalla superficie dell’acqua diminuisce il rischio e la minaccia di contaminazione per l’ambiente e la biovita.

Si effettua con dispositivi (skimmer) galleggianti sulla superficie dell’acqua in grado di raccogliere sostanze petrolifere di diversa viscosità.

Vedi la sezione Oil Skimmers.

  
  
     

Danni

JP | Thursday, 21st February 2013

I versamenti generano, direttamente o indirettamente, danni economici a tutte le attività esistenti e dipendenti “anche” dalle condizioni del mare: natanti, commercio, industrie, pesca, turismo ecc.

 

IMO classifica le aree (ambiti) a rischio e le aree sensibili



aree a rischioaree sensibili
Pesca e MarecultureEconomiche
Fauna avicola ed altri animali   Industria
Paludi e acquitrini   Turismo
Prese d’acqua (fiumi e laghi)   Aree di pesca
Impianti di produzione d’energiaSociali
Impianti di desalinizzazione   Aree residenziali
Spiagge turistiche   Aree ricreative
Marine e porti turisticiAmbientali
Aree ricreative   Animali selvatici
Siti culturali e/o archeologici   Aree di riproduzione
Coste   Habitat di mammiferi marini
   Paludi, mangrovie, coralli

Sempre IMO categorizza la vulnerabilità dei vari ambiti; abbiamo aggiunto la colonna “esempio” per dare un riferimento a contesti siti nella nostra area di residenza (Alto Adriatico).



categorizzazionevulnerabilitàesempio
Paludi, acquitrini e mangrovieMolto elevataLagune alto Adriatico
Aree e specie protetteMolto elevataFoce dell’Isonzo
Specie in via di estinzioneMolto elevataCigni selvatici
Siti d'’importanza internazionale per la fauna avicolaMediaLaguna di Grado
Siti di riproduzione di tartarugheMolto elevata-
Barriere corallineMolto elevata-

I danni hanno raggiunto così ingenti valori economici che sono state fondate Compagnie e costituiti Enti esclusivamente al fine della valutazione, determinazione e refusione del danno. I principali enti sono:

 

P&I Clubs:

Associazione cooperativa di armatori navali che assiste, tutela e copre la responsabilità civile solo ed esclusivamente si suoi soci e solo ad essi risponde.

IOPC Found:

Fondo internazionale di compensazione dei danni da versamento di petrolio, costituito da tre fondi inter-governativi, che provvede a valutazione e risarcimento dei danni da inquinamento da idrocarburi derivanti da versamenti persistenti di petrolio da petroliere.

ITOPF:

Organizzazione senza fini di lucro che agisce per conto di armatori di tutto il mondo per promuovere una risposta efficace ai versamenti di petrolio, prodotti chimici e altre sostanze pericolose in mare.

 

I danni assumono valori sempre elevati, talora immensi, e sono così segmentabili:



perdita di vite umane
nell'’immediato dell'’incidente che genera il versamento, in conseguenza di attività di bonifica mal gestite e nel tempo per intossicazioni ambientali (acqua, alimenti ecc.)
costo degli interventi di bonifica
nell'’immediato e successivamente nel tempo
perdite delle attività economiche
pesca, turismo, commercio, industrie ecc. coinvolte dal versamento perché operanti sui tratti di costa o di mare investiti e oltraggiati dalla marea nera
danni economici alle comunità coinvolte
territori ed immobili raggiunti dall'’inquinamento o siti nelle aree vicine perdono drasticamente valore e funzionalità per recuperare la quale necessitano bonifiche complesse e costose quando non la distruzione e la ricostruzione
danni esistenziali alle comunità coinvolte
la vita di una piccola comunità costiera investita da un ’inquinamento da petrolio può essere irrimediabilmente compromessa per le perdite subite, l'’impossibilità a riprendere le attività normali e la mancanza di risorse per far fronte ai tempi lunghi necessari ad una sia pur minima normalizzazione.
danni a fauna e flora
l'’immagine del pellicano coperto di petrolio fa ormai parte dell'’immaginario collettivo: non crediamo che i danni siano facilmente quantificabili in termini economici ma l'’intero ecosistema di estese aree può essere “ammazzato” o irrimediabilmente alterarto dagli effetti di una marea nera
inquinamento delle coste e successive bonifiche
l'’inquinamento dei paesaggi e delle strutture costieri oltre al già citato danno per le attività e la qualità della vita delle comunità ivi insediate comporta elevati costi di bonifica e tempi lunghissimi per la sua attuazione.
perdita del valore del prodotto perso perché versato
è il danno minore e più facilmente calcolabile: se un barile di petroilio vale 1 $ e si versano 1 milione di barili si è perso 1 milione di $.

Per limitare i danni é necessario pertanto che l’uomo intervenga velocemente e direttamente, lasciando ai processi naturali, per loro natura molto lunghi, il completamento dell’azione pulente.

 

L’accordo internazionale di Helsinki per la protezione del mar Baltico prevede l’impegno per le nazioni firmatarie ad intervenire entro 6 ore dall’incidente e a neutralizzare il versamento in mare di 10.000 tonnellate di petrolio entro 10 giorni. “Bisogna allora pensare a una distribuzione lungo le coste di un maggior numero di navi” (mezzi d’intervento n.d.r.) come affermava l’ing. Pietro Degli Esposti del Centro Studi di Tecnica Navale di Fincantieri (CETENA) già nel 1994.
(“Versamenti di idrocarburi e danni ambientali”)

  
  
     

Gli Oil Skimmer

JP | Wednesday, 20th February 2013

definizioni:

  • pompe aspiranti per il recupero di idrocarburi dalla superficie del mare (word reference)
  • a device or craft designed to collect oil spilled on water (word reference)
  • tools for removing oil, grease and other hydrocarbons from water and coolants (Abanaki)
  • attrezzature specifiche montate su natanti per aspirare-raccogliere idrocarburi (ENI)
  • dispositivi in grado di separare per scrematura inquinanti galleggianti su un liquido (CNR)

 

Gli oil skimmers sono dispositivi progettati per separare e recuperare liquidi oleosi emulsionati in una massa d’acqua o galleggianti su di essa.

 

Esistono liquidi immiscibili e liquidi miscibili:

  • due liquidi immiscibili posti in uno stesso contenitore non si mischiano ma quello più leggero galleggia su quello più pesante, proprio come l’olio sull’acqua; se agitati si trasformano in emulsione e cioè nella dispersione di particelle infinitesime di un fluido nell’altro: per esempio la maionese è l’emulsione di olio e grassi del tuorlo d’uovo nel succo di limone, oppure il latte è l’emulsione dei grassi (il burro) nel siero;
  • due liquidi miscibili posti in uno stesso contenitore formano una soluzione che è successivamente indivisibile, come per esempio acqua e vino.

 

Per quanto possano variare progetti e disegni gli oil skimmers basano sempre il loro funzionamento sulla differenza di peso specifico e di tensione superficiale dei fluidi da separare.

Quindi, quando ci trovassimo di fronte ad un olio che galleggia su una massa d’acqua in forma liquida o di emulsione e volessimo rimuoverlo, dovremmo utilizzare un oil skimmer.

 

Ma quali sono le ragioni per cui dovrebbe presentarsi una tale necessità?

Crediamo di poter affermare che le ragioni principali, se non le uniche,  siano due:

  1. versamenti volontari in ambienti controllati di olio in acqua per generare fluidi lubrificanti e/o refrigeranti che rispondano a esigenze di linee di produzione quali le lavorazioni meccaniche, i processi siderurgici e quelli metallurgici;
  2. versamenti incontrollati, involontari o dolosi, di idrocarburi nell’ambiente naturale, come conseguenza delle attività umane relative al petrolio e ai suoi distillati, dalla ricerca dei giacimenti alla… pompa di benzina.

 

Naturalmente esistono altri ambiti in cui si manipolano emulsioni, per esempio quello farmaceutico o biologico, ma essi esulano completamente dal nostro interesse.

Anche eventi naturali, come un terremoto, possono causare sversamenti.

 

Nel primo caso lo “skimming”, la pulitura dell’acqua attraverso separazione e asportazione dell’olio, è funzionale alle problematiche di conferimento a discariche o smaltimento dei rifiuti industriali.

 

Nel secondo caso lo sversamento genera un inquinamento con tutti i danni ambientali ed economici che ne conseguono; le operazioni di skimming sono quindi funzionali a rimuovere o diminuire quel danno.
Gli oil skimmers sono le “macchine” progettate allo scopo e possono essere intere navi skimmer o dispositivi ausiliari con cui dotare navi o battelli d’appoggio.

 

I fattori che determinano il tipo di oil skimmer da usare e i metodi di intervento sono:

  • il teatro d’intervento: mare aperto, oceano, fiumi, porti o aree ristrette;
  • presenza o meno di venti o correnti;
  • quantità di greggio che si deve recuperare: da poche decine di chili (per esempio in aree portuali per inquinamenti di routine) a milioni di tonnellate (per esempio nel Golfo del Messico).

 

Riteniamo interessante un breve riferimento agli skimmers utilizzati nell’industria .

 

La loro maggiore diffusione si trova in contesti industriali e in particolare in processi di lavorazioni dove è richiesto l’uso di emulsioni acqua-olio come lubrificanti o refrigeranti, per esempio nelle lavorazioni meccaniche di macchine utensili (torni, frese ecc.) o in processi siderurgici e metallurgici. In questi ambiti il loro utilizzo è conseguente all’esigenza del rispetto delle normative relative  al conferimento in discarica dei residui di lavorazione o di reimmettere le emulsioni, rigenerate, nel ciclo produttivo.

 

In un tornio o in un treno di laminazione, per esempio, le emulsioni usate sono convogliate in una prima vasca di raccolta e decantazione nella quale precipitano le parti pesanti e affiora l’olio; successivamente la parte superficiale tracima in una seconda vasca dove l’olio risulta concentrato e di spessore consistente.

All’interno di queste seconde vasche vengono inseriti oil skimmers in grado di estrarre gli oli.



da sinistra a destra: skimmer a disco oleofilo, slimmer con nastro assorbente e skimmer a stramazzo

La linea logico-temporale in cui si sviluppa il processo è:

 

  • raccolta e immissione delle emulsioni in una apposita vasca
  • formazione di una coltre spessa e concentrata di olio galleggiante
  • estrazione dell’olio con oil skimmer

 

In mare
rete a strascico Le conseguenze catastrofiche dei primi disastrosi versamenti di petrolio imposero di intervenire con mezzi e procedure dedicate a ridurne il danno. L’emulsione gelatinosa tende a raggrumare e questa condizione ha permesso, da sempre, di utilizzare le reti dei pescatori quale primo strumento di bonifica.

 

D’altra parte i pescatori erano e sono il primo fronte già presente sul luogo del disastro e sono, per definizione, dotati di reti da pesca che, seppur come strumenti rudimentali, possono essere utilizzate per un primo intervento di bonifica. Naturalmente le reti consentono una “pulizia” assolutamente minima e sommaria perché trattengono solo grumi più grandi delle loro maglie e sicuramente non trattengono idrocarburi allo stato liquido.

 

Necessitavano quindi strumenti più efficaci.

 

E’ degli anni ’30 lo skimmer nell’immagine a sinistra (non abbiamo idea di come funzionasse) e si può notare come fin da allora ci si sia rivolti alla progettazione di vere e proprie navi da affiancare alle reti da pesca. americanSkimmer1971 Questi mezzi sono diventati sempre più complessi ed è degli anni ’70 lo skimmer ritratto qui a destra; in esso possiamo notare la complessa struttura a mare collegata alla nave appoggio con una passerella.
E’ facile intuire la complessità di gestione dell’insieme nave e struttura a mare ed anche la sproporzione tra l’intero sistema (peso, consumi, costi) e l’intuibile efficacia di bonifica. Si noti come l’onda di prua disturbi la superficie d’acqua in prossimità della struttura skimmer.

 

Questo filone ha portato alla progettazione a alla costruzione di navi quali quelle nelle figure qui sotto.



Sono costruzioni molto grandi e complesse e da una semplice osservazione se ne può dedurre l’elevato costo di produzione e gestione che non ha certo favorito, e non favorisce, una loro larga diffusione (come avrebbe auspicato il già citato Ing. Degli Esposti in conseguenza dell’accordo di Helsinki). Queste navi sono presenti in un numero limitato di esemplari ognuno dei quali staziona nel suo porto di residenza e per poter essere utilizzate devono salpare e navigare fino a raggiungere il luogo d’intervento; occorre quindi un consistente intervallo di tempo prima che la nave sia operativa.

 

Inoltre il costo particolarmente elevato della loro gestione rende accettabile il loro intervento solo in presenza di versamenti vicini e gravi.

 

Nel frattempo sono stati costruiti oil skimmer, quali dispositivi ausiliari, di diretta derivazione da quelli tipici dell’industria. Il loro sviluppo ha comportato la crescita delle dimensioni per rendere i nuovi dispositivi profittevolmente utilizzabili anche in mare aperto.

Nascono così le famiglie di oil skimmers oleofili, a stramazzo e dotati di nastri o funi assorbenti.

In essi però alberga sempre il peccato originale d’essere nati per lavorare a punto fisso e in un contenitore chiuso dove la superficie è piatta e l’inquinante è concentrato e di notevole spessore.

Lo stato dell’arte vede, nell’ordine, gli oil skimmers oleofili e a stramazzo quali protagonisti assoluti tra le dotazioni d’emergenza per recupero e bonifica in aree di versamenti. Però, perché questi strumenti possano operare, bisogna ricreare le condizioni al contorno per cui sono nati e cioè la vasca di raccolta.

 

La nave appoggio funge così da sponda della vasca e regge lo skimmer mentre si ricostituisce la condizione di superficie calma e spessore consistente dell’inquinante con l’uso di barriere galleggianti che, dopo essere state posate, vengono strette intorno allo skimmer stesso.


 

Le immagini (in senso antiorario) rendono più immediato il concetto: in una prima fase si circonda il versamento con barriere che vengono poi strette per concentrare e ispessire l’inquinante; successivamente dalla nave si cala lo skimmer in modo che si posizioni dentro l’addensamento dove è massimo lo spessore di petrolio e si procede con l’estrazione. Gli skimmer oleofili possono essere molto potenti con capacità estrattive di centinaia di m³/h, il che significa che sono efficientissimi con spessori tanto enormi quanto improbabili e anche in quel caso fanno presto il vuoto (di inquinante) intorno al punto in cui operano e occorre spostarli continuamente con una gru o con manovre della nave. Un altro metodo è quello di procedere con una nave equipaggiata di una barriera galleggiante fuoribordo, formata a U, nell’ansa della quale si raccoglie il petrolio e si posiziona lo skimmer. Gli skimmers oleofili sono efficaci in presenza di idrocarburi molto densi e spessi, mentre la loro efficacia tende ad annullarsi con idrocarburi leggeri e spessori molto sottili. Gli skimmer a stramazzo ingoiano invece tutto quello che galleggia ma hanno efficacia accettabile in condizioni di superficie piatta e, ancora una volta, con inquinante compatto.

Riteniamo di poter affermare che le tipologie di skimmers dedicate a rimuovere e portar via il petrolio sono: (N.B.: la nota “efficienza” in pro e contro tiene conto del rapporto di rendimento costi/benefici)


skimmer oleofili
skimmer a stramazzo
panne assorbenti
nastri e corde assorbenti
nastri trasportatori
bracci convergenti
battelli ecologici
navi skimmer

schema

 

Skimmers Oleofili

 

Un materiale oleofilo ha la caratteristica di fare aderire alla sua superficie gli oli e di respinge l’acqua. Fanno parte di questa categoria l’alluminio, il polietilene, il polipropilene ed altri polimeri. Il principio in funzionamento base al quale questi skimmers lavorano è il seguente: una parte mobile (disco o rullo) è montata in modo da entrare e uscire ciclicamente in una massa d’acqua; nel suo moto la parte mobile attraversa la superficie della massa d’acqua e quel che ci galleggia sopra; la parte mobile è costruita con materiali oleofili ed idrorepellenti; gli inquinanti galleggianti aderiscono alla parte mobile quando questa fuoriesce dalla massa d’acqua; la parte mobile trasferisce gli inquinanti ad essa aderenti in una zona di raschiatura e recupero. Fra le macchine presenti oggi sul mercato gli skimmers oleofili sono indubitabilmente le più efficaci e quelle più acquistate dalle organizzazioni di intervento.
Questi skimmers non sono mai autonomi ma devono sempre essere trasportati e assistiti da un mezzo di appoggio. Sono quindi macchine ausiliarie con le quali dotare i mezzi di intervento.


 

Gli skimmer oleofili
dischi rigidi
rulli rigidi
spazzole
La divisione è determinata unicamente dal modo in cui vengono formate le parti oleofile e cioè dischi, rulli o spazzole. Le spazzole sono più efficaci in termini di portata ma più complesse nella manutenzione, la copertura superficiale di rulli e dischi è oggetto di continui sviluppi sia per il materiale sia per la finitura (liscia, rugosa, a solchi…) sempre alla ricerca della miglior prestazione.
proefficaci con oli pesanti | grandi portate
controinefficaci con oli leggeri | dispositivi da imbarco poco maneggevoli | lavoro a punto fisso

 

20070829_sucking_2
Skimmer a stramazzo

 

Gli skimmer a stramazzo sono orifizi di scarico che sono tenuti a galla appena  sotto il livello della superficie liquida che si scarica al loro interno con tutto quello che vi galleggia sopra; nella parte inferiore dell’orifizio c’é un tubo di raccolta con una pompa aspirante. Gli stramazzi, in inglese weir skimmers, lavorano a punto fisso e sono molto sensibili al moto ondoso.

schema stramazzo Se si considera il solo stramazzo sono relativamente economici ma diventano ben più costosi se si tiene presente che il loro funzionamento richiede la presenza di una nave appoggio con a bordo un sistema di pompaggio e stoccaggio e l’utilizzo di barriere di contenimento del versamento per favorire l’ispessimento necessario del versamento. Sono poco efficienti anche a causa del grande volume di acqua che inviano alla pompa di suzione e alla conseguente necessità di grandi e costosi sistemi di immagazzinamento.

A riprova di ciò riportiamo che nel 2008  la commissione incaricata di redigere la “Application of the American Society of Testing and Materials’ (ASTM) scrive: “The skimmers… weir-type devices, with typically low oil recovery efficiencies (RE)… Replacing the weir-type skimmers with oleophilic devices… oleophilic skimmer’s generally higher RE”; sostanzialmente: gli skimmer a stramazzo, a causa della loro scarsa efficienza, devono essere sostituiti da più efficienti skimmer oleofili.



Skimmer a stramazzo
proefficienti con oli leggeri e leggerissimi
controdispositivi da imbarco poco maneggevoli | sensibili al moto ondoso | lavoro a punto fisso | poco selettivi

Panne assorbenti
Il funzionamento dei tessuti e delle panne assorbenti si basa su due principi:
  attrazione
    il liquido aderisce alla superficie delle fibre di tessuti di polipropilene espanso;
  assorbenza
    il liquido penetra la materia pastosa delle fibre ed è trattenuto all'interno delle fibre stesse.
Le panne assorbenti sono corpi galleggianti allungati, di forma cilindrica, costituiti di materiale assorbente. Esse vengono disposte sulla superficie della massa d’acqua o perpendicolarmente ad una corrente in modo da incontrare con un moto relativo il versamento di petrolio da raccogliere.
La loro caratteristica struttura attrae e trattiene il petrolio imbevendosene; successivamente vengono recuperate per essere smaltite insieme al contenuto di petrolio da esse rimosso dalla superficie.
La loro efficienza è inversamente proporzionale alla dimensione delle fibre.
promolto selettive | poco sensibili al moto ondoso | relativamente economiche
controdevono essere posate, recuperate e smaltite | poca capacità unitaria

Nastri e corde oleofili
Queste attrezzature utilizzano nastri e funi costruiti con materiali che assorbono o inglobano l’olio e respingono l’acqua. Il metodo di funzionamento prevede di formare ad anello queste funi e di farle passare ciclicamente attraverso la superficie da bonificare. Allo scopo deve essere allestita una struttura portante che abbia nella sua parte più alta una serie di pulegge sulle quali far ruotare le funi le quali, durante il percorso di risalita dalla superficie d’acqua e cioè quando sono intrise di petrolio, devono anche passare attraverso uno spremitore che faccia fuoriuscire il petrolio per strizzatura. Il petrolio così estratto cade in una vasca contenitore posta sotto lo spremitore. Con lo stesso principio si possono costruire nastri trasportatori come quello di Kvichak-Marco.
Il sistema, ovviamente, funziona ma ci pare assai macchinoso e complesso da utilizzare, necessita di una nave appoggio su cui essere installato e ci pare molto difficile che si possa agevolmente muovere all’interno dell’area da bonificare anche se i produttori dicono che il vantaggio dovrebbe essere proprio quello di far ruotare le funi potendole allontanare dalla nave (ma come?).
pronotevolmente selettivi | buone portate
contropoco efficaci con oli leggeri | dispositivi da imbarco poco maneggevoli | lavoro a punto fisso | costosi in acquisto e gestione

Nastri trasportatori
Questi dispositivi estraggono materie, solide e/o gelatinose galleggianti sul pelo dell’acqua, con l’azione meccanica del nastro che deve essere quindi spinto sotto ciò che deve raccogliere. Naturalmente occorre una imbarcazione sulla quale installate i nastri ed occorre che questa sia costruita in modo da consentire alla sua parte iniziale di fuoriuscire a prua e di potersi immergere. In pratica nave e nastro sono un tutt’uno e diventano “il dispositivo”. Questi dispositivi sono particolarmente adatti alla raccolta di immondizie ma vengono appositamente progettati e costruiti anche per la raccolta di emulsioni gelatinose e grumi di petrolio. Per raccogliere petrolio liquido occorre che il nastro sia costruito o ricoperto con fibre oleofile assorbenti.
I costi di acquisto e gestione sono quelli di un battello così come la manovrabilità. La manutenzione comporta anche la pulizia delle maglie del nastro dalle incrostazioni di petrolio mentre il raccolto viene fatto cadere dentro una vasca di contenimento, che occupa la parte libera da strutture del ponte del battello, che deve poi essere svuotata con l’ausilio di una gru.
A noi pare che il dispositivo sia efficace ma poco efficiente con i solidi non potendo avere grandi dimensioni, che sia vulnerabile e poco manovrabile in prossimità delle rive, totalmente inutile in presenza di galleggianti liquidi con riflessi di qualunque colore e costoso sia nell’acquisto che nella gestione.
proefficaci con solidi e immondizie
controutilizzo complesso e poca manovrabilità | manutenzione onerosa | sono imbarcazioni ed hanno i relativi costi di gestione

Bracci convergenti
Sono dispositivi pensati per rastrellare (impropria traduzione dell’inglese “to sweep” che da il nome a questa categoria di macchine: “sweeping arms”) la superficie d’acqua.
Riteniamo di poter descrivere la logica che porta alla loro invenzione secondo questa sequenza:
I primi strumenti per rastrellare sono le reti che però sono “bucate” e raccolgono poco e male. Presto si pensa di dover contenere i versamenti e si inventano le barriere galleggianti.Le barriere galleggianti possono essere trainate per concentrare l’olio ma sono poco controllabili.
All’interno di braccia di barriere possono essere posti gli oil skimmer per estrarre l’olio.
Bracci rigidi e convergenti per quella funzione sono meglio controllabili e più efficienti.
I bracci rigidi sono più pesanti delle barriere galleggianti e possono essere di notevole altezza così da poter essere manovrati per mantenere una quota fissa rispetto al livello del mare insensibili al moto ondoso. La loro invenzione risale a 30 anni fa e si deve al sig. Kampers, fondatore del cantiere olandese Koseq.
probuone portate in condizioni gravose
controcomplessi da gestire | dispositivi da imbarco poco maneggevoli | molto costosi

Battelli ecologici
Tipicamente navi veloci per pronto intervento sono imbarcazioni attrezzate multiuso con funzioni anti-incendio, di salvataggio, anti-inquinamento, pattugliamento ecc. come la barca finlandese "Albert Krank" o le motovedette della classe 900 della Guardia Costiera italiana.
provelocità | sicurezza in mare.
controcostosissime e poco specializzate | di gestione complessa | poco maneggevoli | poco efficienti | poco diffuse

Navi skimmers
Le navi skimmer solo raramente sono dedicate esclusivamente al servizio di Oil Spill Response ma, più generalmente, sono navi multifunzione con dotazioni di bordo che comprendono sistemi di bonifica dei versamenti. Le navi Bottsand sono esclusivamente skimmers, “A whale” è un cargo trasformato in skimmer e su tutte le navi gli interventi strutturali che le rendono adatte allo skimming sono comunque sempre molto importanti.
Damen Arca
Halli-OSRship
Ruski skimmer
New Jerney OSR
Bottsan class
Marine responder
Nanuq
Bottsan class
A whale
proOffrono al proprio equipaggio il confort e la sicurezza di una nave | possono affrontare l’alto mare anche in condizioni meterologiche avverse | possono operare in condizioni climatiche estreme | possono affrontare lunghi viaggi.
controMolto costose | poco diffuse | di gestione complessa | poco efficienti in relazione al costo ed alla stazza | adatte solo a spazi aperti.

Wendy Schmidt Oil Cleanup X CHALLENGE
La X Prize Foundation è una organizzazione non-profit con sede a St. Louis, Missouri (USA), creata per incentivare innovazioni tecnologiche radicali in vari campi.

Gli X PRIZE sono ricompense monetarie assegnate con lo scopo di incentivare tre obbiettivi primari:
1) attrarre investimenti da altri settori che portino nuovi approcci a problemi difficili;
2) ottenere risultati importanti che siano reali e significativi. Le competizioni hanno obbiettivi precisi, e sono create per promuovere l'innovazione;
3) attraversare i confini nazionali e i settori disciplinari per incoraggiare i team di tutto il mondo a investire il capitale intellettuale e finanziario necessario a superare sfide complesse.

Wendy Schmidt Oil Cleanup X CHALLENGE è una competizione ideata per la ricerca e la creazione di soluzioni innovative atte a velocizzare la pulizia dell'acqua di mare dal petrolio, come in caso di fuoriuscita da petroliere o piattaforme off-shore, conclusasi il giorno 11 novembre 2011.

E' interessante notare come i teams partecipanti alla competizione si siano rivolti essenzialmente a sistemi oleofili o utilizzanti il principio degli stramazzi inseriti in barriere rigide o flessibili.
Le prove si sono svolte nella vasca isdrodinamica di Ohmsett che é stata, per l'occasione, invasa con una spessa coltre di olio.

A seguire le immagini del "campo di gara" e dei dispositivi partecipanti.
Ohmsett
Elastec / American Marine
Ohmsett
NOFI
Crucial
Koseq
Lamor
OilShaver
OilWhale
PPR
Vor-Tek
Voraxial

Futuristici
Il futuro riserverà grandi novità, particolarmente orientate verso la robotica.
MIT Seaswarm
Oil Cleaning Guard
Oil Eating Aeros Robots
Oil Sea Harvester
Protei
Xairborne Robotic Oil Spill

TJP Oil Skimmers
JP FLexible Oil Collector
JP Oil Killer - driven
JP Oil Killer - wire + adduzione
JP Oil Killer - wire + DracOil
JP Oil Patrol - robot


JP Luxury Patrol - driven
JP DracOil

  
  
     

Sversamenti

JP | Monday, 18th February 2013

Gli sversamenti in mare sono deflussi (non sempre accidentali) di sostanze tossiche o inquinanti nella massa d’acqua.
Rilasci di sostanze inquinanti in mare possono verificarsi nelle attività di ricerca ed estrazione offshore e di trasporto da e verso raffinerie e depositi costieri, nelle fasi di perforazione (blow-out), di produzione (rotture e perdite da tubazioni e teste di pozzo), trasporto (perdite e rotture di pipeline e incidenti navali) e serbatoi di stoccaggio (da raffinerie e navi cisterna).
Quando si verificano questi eventi è fondamentale realizzare fin da subito uno studio previsionale dell’andamento e dell’evoluzione dell’incidente (gravità della fuoriuscita e definizione del quantitativo di olio sversato, velocità di spostamento della macchia d’olio secondo le condizioni meteo-marine, presenza di aree abitate, protette ecc), per progettare l’intervento vero e proprio di risoluzione del problema.
Generalmente la rimozione della chiazza d’olio è meccanica, mediante specifiche imbarcazioni e appositi dispositivi (boom, skimmer, pompe) o chimica, con l’utilizzo di disperdenti o addensanti sparsi sull’area inquinata da imbarcazioni e velivoli.
(fonte: www.petrolioegas.it)

 

Non sembra esistere una accurata storia degli sversamenti sin dalla loro apparizione; a titolo di curiosità riportiamo che:

  • All’inizio del 1500 l’esploratore portoghese Juan Cabrillo esplorò i territori dove oggi sorge Santa Barbara, in California, e annotò d’aver visto petrolio gorgogliare da un interstizio naturale.
  • Nel 1859 , nei pressi di Titusville, Pennsylvania, è stato perforato il primo pozzo di petrolio degli Stati Uniti ed è possibile che nel trasportare quel petrolio verso la sua destinazione d’uso si sia verificato il primo sversamento della storia.
  • Intorno al 1889 – 1890 il piroscafo Albatross riporta l’avvistamento di una marea nera estesa da nord a sud della Contea di San Diego, Los Angeles, la cui origine rimase sconosciuta.
  • Il 13/14 dicembre 1907 la goletta Thomas W. Lawson, la più grande nave a vela mai costruita, realizzata in acciaio e con sette alberi, rimase vittima di una tempesta mentre era diretta a Londra con un  carico di 58.000 barili di petrolio da illuminazione e si arenò, distruggendosi, sulle coste dell’isola Annet, nell’arcipelago delle isole Scilly, a 45 chilometri dalla punta più sud-occidentale della Cornovaglia. Questo è forse il primo caso documentato di disastro ambientale causato da sversamento in mare di un derivato del petrolio.
  • Nel 1929 , la fuoriuscita di 600 barili di petrolio contaminò 9 miglia (14 km) della costa di Ventura County Beach in California.
  • Nel 1930 , gli sversamenti in mare causati dalle navi furono definiti come la maggiore minaccia alle coste e ai litorali dal NOAA ( National Oceanic and Atmospheric Administration ).

 

Possiamo distinguere gli sversamenti in:

Sversamenti terrestri :

restano localizzati: per questo arrecano meno danni e sono più facili da gestire; esulano dal nostro interesse in questo contesto.

Sversamenti in mare :

possono avere conseguenze catastrofiche: arrecano danni ingenti all’ambiente e all’economia delle comunità che ne restano coinvolte, si espandono su aree immense, sono difficili da trattare, richiedono tempi lunghi o lunghissimi per potersi dichiarare risolti almeno parzialmente.

Sversamenti in mare

possono essere:

  • dolosi (p.e. lavaggio di cisterne),
  • colposi (p.e. esplosione di una piattaforma off-shore o naufragio di una petroliera),
  • inevitabili (p.e. le piccole ma continue immissioni dovute a perdite, manovre di carico/scarico, rifornimenti e operazioni di routine in genere).

Gli sversamenti sono più o meno gravi e richiedono interventi diversi a seconda della loro dimensione; così possiamo parlare di:

 

Catastrofi :

derivano da fatti eccezionali, per portata e gravità.
Sono state catastrofi l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’arenamento della petroliera Torrey Canyon al largo della Cornovaglia, l’incagliamento della petroliera Exxon Valdez nello stretto di Prince William in Alaska ecc. Una catastrofe può anche essere conseguenza di eventi naturali come un terremoto.
Gli interventi di contenimento e bonifica durano per molto tempo, sono imponenti e hanno coinvolgimenti sovranazionali.

 

Incidenti :

sono sversamenti derivati da errate manovre, collisioni di navi o rotture di strutture.
Le aree più a rischio sono i porti, le raffinerie, le aree industriali e i terminali petroliferi di pipeline.
La determinazione del rischio comporta l’esistenza in loco di organizzazioni e materiali di pronto intervento da utilizzarsi in caso di necessità. 
Gli enti preposti sono pubblici (Guardia Costiera, Capitaneria di Porto, Vigili del Fuoco) e/o privati (le attività industriali stesse o società costituite allo scopo).

 

Routine :

sono piccole ma continue immissioni dovute a perdite, operazioni di carico/scarico, rifornimenti ed operazioni di routine in genere.
Le operazioni di bonifica non sono conseguenti a stati di allarme ma sono opere di manutenzione, a carico di privati e municipalità, che utilizzano strumenti di limitate dimensioni e portate e si svolgono quotidianamente e con continuità con l’obbiettivo di scansionare e pulire il pelo libero dell’acqua.

Cause degli sversamenti

In questa tabella si evidenzia la correlazione tra causa (tipo di incidente) ed effetto (quantità versata)



cause   totale
< 7 tons
7 – 700 tons
> 700 tons
operazioni
   carico/scarico
3.157
385
37
3.579
   rifornimento in mare
562
33
1
596
   altre operazioni
1.250
61
15
1.326
incidenti
   collisioni
180
237
132
649
   arenaggi
237
269
160
666
   falle nello scafo
198
57
55
310
   guasti
202
39
4
245
   fuoco
84
33
34
151
altri sconosciuti
1.975
121
22
2.118
totali
7.845
1.335
460
9.640
Incidenza dei versamenti a seconda della causa (1974-2010 – stime IMO)



Notiamo che il maggior numero di versamenti avviene in operazioni di carico/scarico ed è inferiore a 7 tons e sottolineiamo che la grandezza “<7 tons” indica il limite superiore e comprende anche tutti i versamenti inferiori a 1 Kg.
Versamenti inferiori a 7 tons a seconda della causa (stime IMO)

Classificazione degli sversamenti

In modo grossolano ma intuitivo possiamo classificare gli sversamenti come:
– il caos (l’esplosione nel Golfo del Messico);

– il dopo caos (immediatamente dopo l’esplosione del Golfo del Messico e fino ad oggi);

– l’incidente (come quello occorso il 10 giugno 2012  con lo sversamento di idrocarburi nel torrente Polcevera, o quello del 12 aprile 2012 a Taranto dove una petroliera battente bandiera Panamense ha perso circa 20 tons di carburante).

IMO (International Marine Organization) classifica gli sversamenti in tre categorie, in funzione delle competenze dei gruppi d’intervento previsti:



livelloquantitàcompetenze
tier 1fino a 7 tons.gruppo 1locali – regionali – nazionali
tier 2fra 7 e 700 tons.gruppo 2regionali – multi-nazionali
tier 3oltre 700 tons.gruppo 3internazionali

Trasformazioni chimico-fisiche negli sversamenti

Gli sversamenti di idrocarburi e suoi derivati si dispongono in estese e sottili superfici per effetto del loro peso specifico minore di quello dell’acqua. L’estensione di queste superfici aumenta nel tempo mentre il loro spessore diminuisce.

Venti, atmosfera e moti ondosi alterano e spostano gli sversamenti:
li alterano ossidandoli e sbattendoli, favorendone l’emulsione e/o l’affondamento;
li spostano frazionando e spingendo estensioni sempre più sottili ed estese sulle coste, dove i danni peggiorano ulteriormente.

In mare si generano i seguenti processi chimico/fisici:


evaporazione
distensione superficiale
emulsione
dispersione
foto/bio degradazione

 

Evaporazione e distensione superficiale iniziano più o meno simultaneamente, non appena il petrolio viene versato in mare.

 

Evaporazione :

riguarda tutti i tipi di idrocarburi e nei primi 2 giorni arriva fino al 25% – 30% del loro peso. Il tasso di evaporazione dipende dalla percentuale di componenti volatili: maggiore è il tasso maggiore è l’evaporazione e quindi più pesante diventa il residuo in mare. Per gli idrocarburi leggeri (p.e. benzina) l’evaporazione continua fino a cifre prossime alla totalità del peso.

Distensione :

la tensione superficiale distende la pellicola di oli sull’acqua fino ad una teorica area infinita di spessore nullo. L’espansione dipende dalla quantità sversata e dalle condizioni ambientali; si arresta quando l’entità delle forze viscose dell’olio eguaglia quella delle componenti gravitazionali responsabili dello scorrimento sul mare. La macchia d’olio attiva i seguenti fenomeni:
– impedisce all’ossigeno dell’aria di penetrare nell’acqua;
– impedisce alla luce di penetrare nell’acqua;
– apporta sostanze tossiche e velenose all’ambiente.

Emulsione :

consiste nell’incapsulamento di acqua nell’olio o di olio nell’acqua.
Il fenomeno si attiva per lo sbattimento di acqua e olio (come quando si prepara la maionese) dovuto ai movimenti superficiali delle onde, ai venti ed alle correnti. 

Nel primo caso, emulsione dell’acqua nell’olio, si generano grumi di olio contenenti circa l’80% (in peso) di acqua infiltrata e il prodotto che si forma è la cosiddetta “chocolat mousse”: una specie di massa gelatinosa galleggiante che può rimanere a lungo in mare e raggiungere facilmente la costa dando origine, a terra, a grumi catramosi.
Il secondo caso, emulsione dell’olio nell’acqua, è dovuto alla presenza di emulsionatori naturali presenti nell’olio o nell’acqua o all’azione di detergenti appositamente sparsi in mare. 

Dispersione :

il fenomeno di emulsione di olio nell’acqua è favorito dal moto ondoso e genera la dispersione del greggio in una enorme massa di minute goccioline sospese in acqua.

Foto/Bio degradazione :

l’olio residuo che resta a galleggiare è esposto all’azione degli agenti atmosferici e alle radiazioni solari ed è quindi soggetto a ossidazione fotochimica. Tale processo può portare alla formazione di composti che possono essere sia più leggeri sia più pesanti di quelli originari; i componenti più leggeri tendono a sciogliersi nell’acqua mentre altri più pesanti tendono ad agglomerarsi ed accumularsi. Accanto ai fenomeni fisici se ne innescano altri, di natura biologica, dovuti all’azione batterica marina in quanto le sostanze organiche vengono aggredite da diverse specie di microrganismi che via via le trasformano in sostanze più semplici. Il processo prende il nome di metabolismo ed implica un continuo consumo di ossigeno; una volta esauritosi l’ossigeno, i batteri anaerobici combinano l’eccesso di carbonio con l’idrogeno e producono metano o prodotti simili.

Lo spessore degli sversamenti

Nella tabella di IMO (International Marine Organization) si riportano gli spessori delle pellicole di idrocarburi e la quantità per unità di superficie in funzione dell’osservazione del colore della superficie del mare e dei suoi riflessi.



riflessi e colori sulla superficiemmm³/Km²l/Km²Kg/Km²
argento0,0001
0,1
100
80
arcobaleno0,0003
0,3
300
240
marrone0,1
100
100.000
80.000
arancio1
1.000
1.000.000
800.000

Si faccia mente locale alla gran quantità di immagini sullo sversamento nel Golfo del Messico: i colori arancio e marrone sono dominanti. Quelle immagini dimostrano la gravità della situazione e ritraggono i danni maggiori e più spettacolari. Ebbene, in quelle condizioni lo spessore della coltre arriva a 1 mm. e un m² compatto contiene circa 1 Kg. di petrolio, più o meno un litro ovvero un millesimo di metro cubo: 0,001 m³/m².



colori e riflessi sulle acque del Golfo del Messico

DANNI

 

Gli sversamenti generano, direttamente o indirettamente, danni economici a tutte le attività esistenti e dipendenti “anche” dalle condizioni del mare: natanti, commercio, industrie, pesca, turismo ecc.

 

IMO classifica le aree (ambiti) a rischio e le aree sensibili



aree a rischioaree sensibili
Pesca e MarecultureEconomiche
Fauna avicola ed altri animali   Industria
Paludi e acquitrini   Turismo
Prese d’acqua (fiumi e laghi)   Aree di pesca
Impianti di produzione d’energiaSociali
Impianti di desalinizzazione   Aree residenziali
Spiagge turistiche   Aree ricreative
Marine e porti turisticiAmbientali
Aree ricreative   Animali selvatici
Siti culturali e/o archeologici   Aree di riproduzione
Coste   Habitat di mammiferi marini
   Paludi, mangrovie, coralli

Sempre IMO categorizza la vulnerabilità dei vari ambiti; abbiamo aggiunto la colonna “esempio” per dare un riferimento a contesti siti nella nostra area di residenza (Alto Adriatico).



categorizzazionevulnerabilitàesempio
Paludi, acquitrini e mangrovieMolto elevataLagune alto Adriatico
Aree e specie protetteMolto elevataFoce dell’Isonzo
Specie in via di estinzioneMolto elevataCigni selvatici
Siti d'’importanza internazionale per la fauna avicolaMediaLaguna di Grado
Siti di riproduzione di tartarugheMolto elevata-
Barriere corallineMolto elevata-

I danni hanno raggiunto così ingenti valori economici che sono state fondate Compagnie e costituiti Enti esclusivamente al fine della valutazione, determinazione e rifusione del danno. I principali enti sono:

 

P&I Clubs:

Associazione cooperativa di armatori navali che assiste, tutela e copre la responsabilità civile solo ed esclusivamente si suoi soci e solo ad essi risponde.

IOPC Found:

Fondo internazionale di compensazione dei danni da sversamento di petrolio, costituito da tre fondi inter-governativi, che provvede a valutazione e risarcimento dei danni da inquinamento da idrocarburi derivanti da sversamenti persistenti di petrolio da petroliere.

ITOPF:

Organizzazione senza fini di lucro che agisce per conto di armatori di tutto il mondo per promuovere una risposta efficace agli sversamenti di petrolio, prodotti chimici e altre sostanze pericolose in mare.

 

I danni assumono valori sempre elevati, talora immensi, e sono così segmentabili:



perdita di vite umane
nell'’immediato dell'’incidente che genera il versamento, in conseguenza di attività di bonifica mal gestite e nel tempo per intossicazioni ambientali (acqua, alimenti ecc.)
costo degli interventi di bonifica
nell'’immediato e successivamente nel tempo
perdite delle attività economiche
pesca, turismo, commercio, industrie ecc. coinvolte dal versamento perché operanti sui tratti di costa o di mare investiti e oltraggiati dalla marea nera
danni economici alle comunità coinvolte
territori ed immobili raggiunti dall'’inquinamento o siti nelle aree vicine perdono drasticamente valore e funzionalità per recuperare la quale necessitano bonifiche complesse e costose quando non la distruzione e la ricostruzione
danni esistenziali alle comunità coinvolte
la vita di una piccola comunità costiera investita da un ’inquinamento da petrolio può essere irrimediabilmente compromessa per le perdite subite, l'’impossibilità a riprendere le attività normali e la mancanza di risorse per far fronte ai tempi lunghi necessari ad una sia pur minima normalizzazione.
danni a fauna e flora
l'’immagine del pellicano coperto di petrolio fa ormai parte dell'’immaginario collettivo: non crediamo che i danni siano facilmente quantificabili in termini economici ma l'’intero ecosistema di estese aree può essere “ammazzato” o irrimediabilmente alterarto dagli effetti di una marea nera
inquinamento delle coste e successive bonifiche
l'’inquinamento dei paesaggi e delle strutture costieri oltre al già citato danno per le attività e la qualità della vita delle comunità ivi insediate comporta elevati costi di bonifica e tempi lunghissimi per la sua attuazione.
perdita del valore del prodotto perso perché versato
è il danno minore e più facilmente calcolabile: se un barile di petroilio vale 1 $ e si versano 1 milione di barili si è perso 1 milione di $.

 

 

LA BONIFICA

 

Per limitare i danni è necessario l’intervento veloce e diretto, lasciando ai processi naturali, per loro natura molto lunghi, il completamento dell’azione pulente.

L’accordo internazionale di Helsinki per la protezione del mar Baltico prevede l’impegno ad intervenire entro 6 ore dall’incidente e a neutralizzare lo sversamento in mare di 10.000 tonnellate di petrolio entro 10 giorni. “Bisogna allora pensare a una distribuzione lungo le coste di un maggior numero di navi” (mezzi d’intervento n.d.r.) come affermava l’ing. Pietro Degli Esposti del Centro Studi di Tecnica Navale di Fincantieri (CETENA) già nel 1994.
(“Versamenti di idrocarburi e danni ambientali”)

L’intervento umano si articola nelle seguenti fasi:

  • individuazione della fonte inquinante;
  • limitazione del versamento;
  • contenimento del greggio;
  • pulizia del mare.

 

Individuazione della fonte inquinante

 

E’ estremamente importante per contenere e limitare l’espansione del versamento. Il primo allarme arriva solitamente da chi ha causato lo sversamento ma è comunque necessaria, da parte delle autorità competenti, una notevole attività di sorveglianza delle coste e del mare con navi ed aeromobili.

La fonte dell’inquinamento è il luogo in cui si ha il massimo spessore di petrolio galleggiante e quindi la possibilità di utilizzare con efficacia i grandi skimmer oleofili. Bastano poche centinaia di metri e poche ore perché lo sversamento assuma uno spessore inadatto a quei dispositivi.

 

Limitazione del versamento

 

Quando lo sversamento è conseguente a incidenti che generano falle o squarci nello scafo di petroliere o in serbatoi, doppi fondi e casse contenenti liquidi inquinanti si deve cercare di trasferire il loro contenuto in altri contenitori integri.

Per essere efficace, l’intervento deve essere quanto mai immediato; la sua tempestività, eseguita con mezzi idonei, può evitare l’estensione dei danni.

 

Contenimento del greggio

 

Si realizza mediante sbarramenti protettivi con boe e barriere galleggianti, sia in fase preventiva che in fase operativa. Nei terminali degli oleodotti sono spesso presenti sia barriere galleggianti fisse sia sistemi di barriere a bolle d’aria per impedire che petrolio sfuggito accidentalmente possa spandersi nell’ambiente circostante. Correnti con velocità superiori a 1,5 nodi, tipicamente presenti nei fiumi o negli estuari, possono fare uscire l’inquinante dalla barriera.

In tali recinti l’olio raggiunge spessori nell’ordine di alcuni centimetri (fino a 10) rendendo possibile l’impiego di skimmer oleofili.

 

Pulizia del mare

 

In presenza di un disastro esiste una prima reazione emotiva delle popolazioni coinvolte e così vediamo interventi effettuati con ogni mezzo a disposizione: reti, secchi, stracci nella seppur illusoria prospettiva di ridurre, pulire o eliminare il danno. Successivamente assistiamo all’intervento di organizzazioni (i già citati gruppi di competenza “tier”) le cui operazioni sono pianificate negli Emergency Response Action Plan.

 

Interventi d’emergenza

 

Si attuano in risposta a disastri ambientali che, per altro, sono più frequenti di quanto non appaia e non sono soltanto eventi paragonabili al Golfo del Messico. E’, per esempio, un’emergenza quella dello sversamento in mare di 20.000 litri di olio combustibile verificatosi in Sardegna l’11 gennaio 2011 durante le operazioni di travaso dalla nave cisterna Emerald alla centrale termoelettrica E.On di Fiumesanto, Porto Torres.

Lo sversamento si è verificato “vicinissimo ad alcune fra le più belle spiagge dell’isola, da Platamona a Stintino e proprio di fronte all’area marina protetta del Parco Nazionale dell’Asinara” (Clara Gibellini su Il Fatto Quotidiano del 22 gennaio 2011).

Un’altra emergenza è quella occorsa sulle coste Pugliesi di Otranto a seguito di una chiazza oleosa, probabilmente originata dal lavaggio delle cisterne di una nave, che ha inquinato una larga fascia marina sino a giungere sulle spiagge del litorale. (Comunicato Stampa WWF – 27 agosto 2012)

Nel Mediterraneo gli interventi d’emergenza sono regolamentati secondo gli standards IMO previsti nella convenzione OPRC (Oil Pollution Preparedness, Response and Co-operation) alla quale si attiene REMPEC (Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for the Mediterranean Sea) per disporre le direttive di attivazione dei piani nazionali.

 

Il fuoco

 

L’incendio volontario è uno dei primi interventi ad essere attivati per eliminare il greggio mediante la sua combustione. A tal fine, per esempio, l’aeronautica militare britannica bombardò la petroliera Torrey Canyon onde evitare che lo sversamento raggiungesse le coste inglesi e francesi.

L’operazione deve essere eseguita solo in condizioni di totale sicurezza e per attivare la combustione si spargono sostanze altamente infiammabili ma al più presto, prima che le componenti più leggere ed infiammabili del petrolio volatilizzino.

Incendiare il petrolio richiede condizioni di calma del mare (altezza delle onde inferiore a 0,6 – 0,9 m e velocità del vento inferiore ai 9-10 nodi | fonte ISPRA) ed è consigliata solo per rimuovere spessori di almeno 0,25 cm. Incendiare chiazze di petrolio quando la velocità del vento si avvicina ai 20 nodi è abbastanza complicato ma, una volta iniziata, la combustione resiste anche a velocità del vento superiori. Negli Stati Uniti per bruciare il petrolio in situ occorre la preventiva autorizzazione di organismi appositi quali i Regional Response Teams (RRTs) o i Federal On-Scene Coordinator (FOSC). Infatti, la combustione del petrolio può creare gravi effetti secondari che devono essere attentamente valutati: possono svilupparsi grandi quantità di fumi che possono impattare sull’avifauna e, più in genere, sulla biovita presente nelle vicinanze; in altri casi i residui di petrolio combusto possono addensarsi e, una volta raffreddati, possono affondare e contaminare i fondali.

I risultati ottenuti con il fuoco sono scarsi, infatti la temperatura dell’acqua raffredda la sostanza da bruciare impedendo il raggiungimento della temperatura di combustione delle diverse componenti, specialmente se lo stato del mare è agitato.

Esistono barriere resistenti al fuoco con cui circoscrivere la macchia d’olio e quindi provocarne la combustione mediante l’esplosione di cariche incendiarie installate nelle barriere stesse.

 

I disperdenti

 

I disperdenti riducono la tensione superficiale acqua/petrolio favorendo la disgregazione delle particelle di petrolio in parti sempre più piccole e ostacolandone la successiva ri-agglomerazione; sono agenti chimici che emulsionano, disperdono o solubilizzano le molecole degli idrocarburi petroliferi nella colonna d’acqua, favorendone la degradazione ad opera di agenti fisici o microbiologici naturali.

L’uso efficace dei disperdenti richiede condizioni opportune. Se la velocità del vento e l’altezza delle onde supera un certo limite (vento oltre i 25 nodi ed onde alte oltre 10 piedi o 3 metri), il petrolio si disperde naturalmente. Generalmente l’uso di disperdenti è limitato a film di spessore compreso fra il millesimo ed il centesimo di pollice, tuttavia i disperdenti di nuova generazione e nuove tecniche di impiego hanno esteso tale range anche a film spessi fino a 0,1 pollici (0,25 cm).

Anche per l’uso di disperdenti, negli Stati Uniti, occorre preventiva autorizzazione del Regional Response Teams (RRTs) o del Federal On-Scene Coordinator (FOSC).

I prodotti disperdenti sono classificati in due gruppi distinti:

  1. disperdenti convenzionali (solventi di idrocarburi e miscele di emulsionanti);
  2. disperdenti concentrati (solventi ossigenati, agenti umidificati e miscele di emulsionanti).

I prodotti disperdenti concentrati di solito garantiscono una migliore e più celere dispersione rispetto ai disperdenti convenzionali. I prodotti disperdenti possono essere impiegati tal quali o diluiti con acqua di mare. Test di laboratorio hanno mostrato che i disperdenti, sia convenzionali che concentrati, quando diluiti possono disperdere un volume di idrocarburi pari fino a otto volte il proprio volume; invece, i disperdenti concentrati non diluiti possono disperdere un volume di idrocarburi pari a ottanta volte il proprio volume. Tali performance sono difficilmente riproducibili in condizioni reali in cui il rapporto di dispersione osservato è di circa 1 a 2 per i disperdenti convenzionali e circa 1 a 15 per i disperdenti concentrati non diluiti.

L’efficacia dei disperdenti diminuisce quando la viscosità dell’inquinante supera il limite dei 400 centistokes. Poiché la viscosità aumenta al diminuire della temperatura la dispersione avviene con difficoltà in mari freddi la cui temperatura sia al di sotto di 10 °C.

L’applicazione di disperdenti avviene generalmente a mezzo di nave o aereo.

 

Gli assorbenti

 

Gli assorbenti sono costituiti da materiali inerti e insolubili in acqua che vengono utilizzati per rimuovere le molecole degli idrocarburi petroliferi sfruttando:
– la loro capacità assorbente (all’interno del materiale che funziona da spugna)
– la loro capacità adsorbente (rivestimento della superficie esterna del materiale).
Sulla base del test di efficacia un prodotto è considerato accettabile quando l’assorbente è in grado di trattenere almeno il 60% di petrolio rispetto al suo peso; sulla base del saggio di tossicità un prodotto è considerato accettabile quando non mostri effetti di tossicità statisticamente significativi rispetto al controllo.

Il decreto DPN-DEC-2009-403 del 31 marzo 2009 suddivide i materiali assorbenti inerti in tre categorie:

  1. assorbenti di origine vegetale o animale (paglia, fibre di cellulosa, sughero, residui di lavorazione di vegetali, piume di uccello),
  2. assorbenti di origine minerale (polveri vulcaniche, perliti, vermiculite, zeoliti),
  3. assorbenti di origine sintetica (polietilene, polipropilene, poliuretano, poliestere).

I materiali assorbenti sono direttamente impiegabili in mare ammesso che
– risultino inerti da un punto di vista chimico e biologico;
– non contengano sostanze chimiche additive;
– non svolgano azione affondante nei confronti degli idrocarburi.

 

Rimozione meccanica

 

Il rapporto ISPRA Sversamenti di prodotti petroliferi: sicurezza e controllo del trasporto marittimo, a pag. 62, dice: “L’efficacia della rimozione meccanica decresce sensibilmente all’aumentare del moto ondoso e della velocità del vento. Viene consigliata se l’altezza delle onde non supera 2–3 piedi (0,6 – 0,9 m) e se la velocità del vento è inferiore ai 9-10 nodi, parametri questi che possono limitare anche la sicurezza delle operazioni del personale impiegato. Inoltre, la rimozione meccanica non è consigliata quando lo spessore del film di petrolio è inferiore ad un millesimo di pollice.
Ricorrere alla rimozione meccanica implica anche la pianificazione delle operazioni di trasporto e stoccaggio del petrolio raccolto.”

La rimozione fisica del petrolio dalla superficie dell’acqua diminuisce il rischio e la minaccia di contaminazione per l’ambiente e la biovita.

Si effettua con dispositivi (skimmer) galleggianti sulla superficie dell’acqua in grado di raccogliere sostanze petrolifere di diversa viscosità.

Vedi la sezione Oil Skimmers.

  
  
     
TJP