Sversamenti

JP | Monday, 18th February 2013

Gli sversamenti in mare sono deflussi (non sempre accidentali) di sostanze tossiche o inquinanti nella massa d’acqua.
Rilasci di sostanze inquinanti in mare possono verificarsi nelle attività di ricerca ed estrazione offshore e di trasporto da e verso raffinerie e depositi costieri, nelle fasi di perforazione (blow-out), di produzione (rotture e perdite da tubazioni e teste di pozzo), trasporto (perdite e rotture di pipeline e incidenti navali) e serbatoi di stoccaggio (da raffinerie e navi cisterna).
Quando si verificano questi eventi è fondamentale realizzare fin da subito uno studio previsionale dell’andamento e dell’evoluzione dell’incidente (gravità della fuoriuscita e definizione del quantitativo di olio sversato, velocità di spostamento della macchia d’olio secondo le condizioni meteo-marine, presenza di aree abitate, protette ecc), per progettare l’intervento vero e proprio di risoluzione del problema.
Generalmente la rimozione della chiazza d’olio è meccanica, mediante specifiche imbarcazioni e appositi dispositivi (boom, skimmer, pompe) o chimica, con l’utilizzo di disperdenti o addensanti sparsi sull’area inquinata da imbarcazioni e velivoli.
(fonte: www.petrolioegas.it)

 

Non sembra esistere una accurata storia degli sversamenti sin dalla loro apparizione; a titolo di curiosità riportiamo che:

  • All’inizio del 1500 l’esploratore portoghese Juan Cabrillo esplorò i territori dove oggi sorge Santa Barbara, in California, e annotò d’aver visto petrolio gorgogliare da un interstizio naturale.
  • Nel 1859 , nei pressi di Titusville, Pennsylvania, è stato perforato il primo pozzo di petrolio degli Stati Uniti ed è possibile che nel trasportare quel petrolio verso la sua destinazione d’uso si sia verificato il primo sversamento della storia.
  • Intorno al 1889 – 1890 il piroscafo Albatross riporta l’avvistamento di una marea nera estesa da nord a sud della Contea di San Diego, Los Angeles, la cui origine rimase sconosciuta.
  • Il 13/14 dicembre 1907 la goletta Thomas W. Lawson, la più grande nave a vela mai costruita, realizzata in acciaio e con sette alberi, rimase vittima di una tempesta mentre era diretta a Londra con un  carico di 58.000 barili di petrolio da illuminazione e si arenò, distruggendosi, sulle coste dell’isola Annet, nell’arcipelago delle isole Scilly, a 45 chilometri dalla punta più sud-occidentale della Cornovaglia. Questo è forse il primo caso documentato di disastro ambientale causato da sversamento in mare di un derivato del petrolio.
  • Nel 1929 , la fuoriuscita di 600 barili di petrolio contaminò 9 miglia (14 km) della costa di Ventura County Beach in California.
  • Nel 1930 , gli sversamenti in mare causati dalle navi furono definiti come la maggiore minaccia alle coste e ai litorali dal NOAA ( National Oceanic and Atmospheric Administration ).

 

Possiamo distinguere gli sversamenti in:

Sversamenti terrestri :

restano localizzati: per questo arrecano meno danni e sono più facili da gestire; esulano dal nostro interesse in questo contesto.

Sversamenti in mare :

possono avere conseguenze catastrofiche: arrecano danni ingenti all’ambiente e all’economia delle comunità che ne restano coinvolte, si espandono su aree immense, sono difficili da trattare, richiedono tempi lunghi o lunghissimi per potersi dichiarare risolti almeno parzialmente.

Sversamenti in mare

possono essere:

  • dolosi (p.e. lavaggio di cisterne),
  • colposi (p.e. esplosione di una piattaforma off-shore o naufragio di una petroliera),
  • inevitabili (p.e. le piccole ma continue immissioni dovute a perdite, manovre di carico/scarico, rifornimenti e operazioni di routine in genere).

Gli sversamenti sono più o meno gravi e richiedono interventi diversi a seconda della loro dimensione; così possiamo parlare di:

 

Catastrofi :

derivano da fatti eccezionali, per portata e gravità.
Sono state catastrofi l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’arenamento della petroliera Torrey Canyon al largo della Cornovaglia, l’incagliamento della petroliera Exxon Valdez nello stretto di Prince William in Alaska ecc. Una catastrofe può anche essere conseguenza di eventi naturali come un terremoto.
Gli interventi di contenimento e bonifica durano per molto tempo, sono imponenti e hanno coinvolgimenti sovranazionali.

 

Incidenti :

sono sversamenti derivati da errate manovre, collisioni di navi o rotture di strutture.
Le aree più a rischio sono i porti, le raffinerie, le aree industriali e i terminali petroliferi di pipeline.
La determinazione del rischio comporta l’esistenza in loco di organizzazioni e materiali di pronto intervento da utilizzarsi in caso di necessità. 
Gli enti preposti sono pubblici (Guardia Costiera, Capitaneria di Porto, Vigili del Fuoco) e/o privati (le attività industriali stesse o società costituite allo scopo).

 

Routine :

sono piccole ma continue immissioni dovute a perdite, operazioni di carico/scarico, rifornimenti ed operazioni di routine in genere.
Le operazioni di bonifica non sono conseguenti a stati di allarme ma sono opere di manutenzione, a carico di privati e municipalità, che utilizzano strumenti di limitate dimensioni e portate e si svolgono quotidianamente e con continuità con l’obbiettivo di scansionare e pulire il pelo libero dell’acqua.

Cause degli sversamenti

In questa tabella si evidenzia la correlazione tra causa (tipo di incidente) ed effetto (quantità versata)



cause   totale
< 7 tons
7 – 700 tons
> 700 tons
operazioni
   carico/scarico
3.157
385
37
3.579
   rifornimento in mare
562
33
1
596
   altre operazioni
1.250
61
15
1.326
incidenti
   collisioni
180
237
132
649
   arenaggi
237
269
160
666
   falle nello scafo
198
57
55
310
   guasti
202
39
4
245
   fuoco
84
33
34
151
altri sconosciuti
1.975
121
22
2.118
totali
7.845
1.335
460
9.640
Incidenza dei versamenti a seconda della causa (1974-2010 – stime IMO)



Notiamo che il maggior numero di versamenti avviene in operazioni di carico/scarico ed è inferiore a 7 tons e sottolineiamo che la grandezza “<7 tons” indica il limite superiore e comprende anche tutti i versamenti inferiori a 1 Kg.
Versamenti inferiori a 7 tons a seconda della causa (stime IMO)

Classificazione degli sversamenti

In modo grossolano ma intuitivo possiamo classificare gli sversamenti come:
– il caos (l’esplosione nel Golfo del Messico);

– il dopo caos (immediatamente dopo l’esplosione del Golfo del Messico e fino ad oggi);

– l’incidente (come quello occorso il 10 giugno 2012  con lo sversamento di idrocarburi nel torrente Polcevera, o quello del 12 aprile 2012 a Taranto dove una petroliera battente bandiera Panamense ha perso circa 20 tons di carburante).

IMO (International Marine Organization) classifica gli sversamenti in tre categorie, in funzione delle competenze dei gruppi d’intervento previsti:



livelloquantitàcompetenze
tier 1fino a 7 tons.gruppo 1locali – regionali – nazionali
tier 2fra 7 e 700 tons.gruppo 2regionali – multi-nazionali
tier 3oltre 700 tons.gruppo 3internazionali

Trasformazioni chimico-fisiche negli sversamenti

Gli sversamenti di idrocarburi e suoi derivati si dispongono in estese e sottili superfici per effetto del loro peso specifico minore di quello dell’acqua. L’estensione di queste superfici aumenta nel tempo mentre il loro spessore diminuisce.

Venti, atmosfera e moti ondosi alterano e spostano gli sversamenti:
li alterano ossidandoli e sbattendoli, favorendone l’emulsione e/o l’affondamento;
li spostano frazionando e spingendo estensioni sempre più sottili ed estese sulle coste, dove i danni peggiorano ulteriormente.

In mare si generano i seguenti processi chimico/fisici:


evaporazione
distensione superficiale
emulsione
dispersione
foto/bio degradazione

 

Evaporazione e distensione superficiale iniziano più o meno simultaneamente, non appena il petrolio viene versato in mare.

 

Evaporazione :

riguarda tutti i tipi di idrocarburi e nei primi 2 giorni arriva fino al 25% – 30% del loro peso. Il tasso di evaporazione dipende dalla percentuale di componenti volatili: maggiore è il tasso maggiore è l’evaporazione e quindi più pesante diventa il residuo in mare. Per gli idrocarburi leggeri (p.e. benzina) l’evaporazione continua fino a cifre prossime alla totalità del peso.

Distensione :

la tensione superficiale distende la pellicola di oli sull’acqua fino ad una teorica area infinita di spessore nullo. L’espansione dipende dalla quantità sversata e dalle condizioni ambientali; si arresta quando l’entità delle forze viscose dell’olio eguaglia quella delle componenti gravitazionali responsabili dello scorrimento sul mare. La macchia d’olio attiva i seguenti fenomeni:
– impedisce all’ossigeno dell’aria di penetrare nell’acqua;
– impedisce alla luce di penetrare nell’acqua;
– apporta sostanze tossiche e velenose all’ambiente.

Emulsione :

consiste nell’incapsulamento di acqua nell’olio o di olio nell’acqua.
Il fenomeno si attiva per lo sbattimento di acqua e olio (come quando si prepara la maionese) dovuto ai movimenti superficiali delle onde, ai venti ed alle correnti. 

Nel primo caso, emulsione dell’acqua nell’olio, si generano grumi di olio contenenti circa l’80% (in peso) di acqua infiltrata e il prodotto che si forma è la cosiddetta “chocolat mousse”: una specie di massa gelatinosa galleggiante che può rimanere a lungo in mare e raggiungere facilmente la costa dando origine, a terra, a grumi catramosi.
Il secondo caso, emulsione dell’olio nell’acqua, è dovuto alla presenza di emulsionatori naturali presenti nell’olio o nell’acqua o all’azione di detergenti appositamente sparsi in mare. 

Dispersione :

il fenomeno di emulsione di olio nell’acqua è favorito dal moto ondoso e genera la dispersione del greggio in una enorme massa di minute goccioline sospese in acqua.

Foto/Bio degradazione :

l’olio residuo che resta a galleggiare è esposto all’azione degli agenti atmosferici e alle radiazioni solari ed è quindi soggetto a ossidazione fotochimica. Tale processo può portare alla formazione di composti che possono essere sia più leggeri sia più pesanti di quelli originari; i componenti più leggeri tendono a sciogliersi nell’acqua mentre altri più pesanti tendono ad agglomerarsi ed accumularsi. Accanto ai fenomeni fisici se ne innescano altri, di natura biologica, dovuti all’azione batterica marina in quanto le sostanze organiche vengono aggredite da diverse specie di microrganismi che via via le trasformano in sostanze più semplici. Il processo prende il nome di metabolismo ed implica un continuo consumo di ossigeno; una volta esauritosi l’ossigeno, i batteri anaerobici combinano l’eccesso di carbonio con l’idrogeno e producono metano o prodotti simili.

Lo spessore degli sversamenti

Nella tabella di IMO (International Marine Organization) si riportano gli spessori delle pellicole di idrocarburi e la quantità per unità di superficie in funzione dell’osservazione del colore della superficie del mare e dei suoi riflessi.



riflessi e colori sulla superficiemmm³/Km²l/Km²Kg/Km²
argento0,0001
0,1
100
80
arcobaleno0,0003
0,3
300
240
marrone0,1
100
100.000
80.000
arancio1
1.000
1.000.000
800.000

Si faccia mente locale alla gran quantità di immagini sullo sversamento nel Golfo del Messico: i colori arancio e marrone sono dominanti. Quelle immagini dimostrano la gravità della situazione e ritraggono i danni maggiori e più spettacolari. Ebbene, in quelle condizioni lo spessore della coltre arriva a 1 mm. e un m² compatto contiene circa 1 Kg. di petrolio, più o meno un litro ovvero un millesimo di metro cubo: 0,001 m³/m².



colori e riflessi sulle acque del Golfo del Messico

DANNI

 

Gli sversamenti generano, direttamente o indirettamente, danni economici a tutte le attività esistenti e dipendenti “anche” dalle condizioni del mare: natanti, commercio, industrie, pesca, turismo ecc.

 

IMO classifica le aree (ambiti) a rischio e le aree sensibili



aree a rischioaree sensibili
Pesca e MarecultureEconomiche
Fauna avicola ed altri animali   Industria
Paludi e acquitrini   Turismo
Prese d’acqua (fiumi e laghi)   Aree di pesca
Impianti di produzione d’energiaSociali
Impianti di desalinizzazione   Aree residenziali
Spiagge turistiche   Aree ricreative
Marine e porti turisticiAmbientali
Aree ricreative   Animali selvatici
Siti culturali e/o archeologici   Aree di riproduzione
Coste   Habitat di mammiferi marini
   Paludi, mangrovie, coralli

Sempre IMO categorizza la vulnerabilità dei vari ambiti; abbiamo aggiunto la colonna “esempio” per dare un riferimento a contesti siti nella nostra area di residenza (Alto Adriatico).



categorizzazionevulnerabilitàesempio
Paludi, acquitrini e mangrovieMolto elevataLagune alto Adriatico
Aree e specie protetteMolto elevataFoce dell’Isonzo
Specie in via di estinzioneMolto elevataCigni selvatici
Siti d'’importanza internazionale per la fauna avicolaMediaLaguna di Grado
Siti di riproduzione di tartarugheMolto elevata-
Barriere corallineMolto elevata-

I danni hanno raggiunto così ingenti valori economici che sono state fondate Compagnie e costituiti Enti esclusivamente al fine della valutazione, determinazione e rifusione del danno. I principali enti sono:

 

P&I Clubs:

Associazione cooperativa di armatori navali che assiste, tutela e copre la responsabilità civile solo ed esclusivamente si suoi soci e solo ad essi risponde.

IOPC Found:

Fondo internazionale di compensazione dei danni da sversamento di petrolio, costituito da tre fondi inter-governativi, che provvede a valutazione e risarcimento dei danni da inquinamento da idrocarburi derivanti da sversamenti persistenti di petrolio da petroliere.

ITOPF:

Organizzazione senza fini di lucro che agisce per conto di armatori di tutto il mondo per promuovere una risposta efficace agli sversamenti di petrolio, prodotti chimici e altre sostanze pericolose in mare.

 

I danni assumono valori sempre elevati, talora immensi, e sono così segmentabili:



perdita di vite umane
nell'’immediato dell'’incidente che genera il versamento, in conseguenza di attività di bonifica mal gestite e nel tempo per intossicazioni ambientali (acqua, alimenti ecc.)
costo degli interventi di bonifica
nell'’immediato e successivamente nel tempo
perdite delle attività economiche
pesca, turismo, commercio, industrie ecc. coinvolte dal versamento perché operanti sui tratti di costa o di mare investiti e oltraggiati dalla marea nera
danni economici alle comunità coinvolte
territori ed immobili raggiunti dall'’inquinamento o siti nelle aree vicine perdono drasticamente valore e funzionalità per recuperare la quale necessitano bonifiche complesse e costose quando non la distruzione e la ricostruzione
danni esistenziali alle comunità coinvolte
la vita di una piccola comunità costiera investita da un ’inquinamento da petrolio può essere irrimediabilmente compromessa per le perdite subite, l'’impossibilità a riprendere le attività normali e la mancanza di risorse per far fronte ai tempi lunghi necessari ad una sia pur minima normalizzazione.
danni a fauna e flora
l'’immagine del pellicano coperto di petrolio fa ormai parte dell'’immaginario collettivo: non crediamo che i danni siano facilmente quantificabili in termini economici ma l'’intero ecosistema di estese aree può essere “ammazzato” o irrimediabilmente alterarto dagli effetti di una marea nera
inquinamento delle coste e successive bonifiche
l'’inquinamento dei paesaggi e delle strutture costieri oltre al già citato danno per le attività e la qualità della vita delle comunità ivi insediate comporta elevati costi di bonifica e tempi lunghissimi per la sua attuazione.
perdita del valore del prodotto perso perché versato
è il danno minore e più facilmente calcolabile: se un barile di petroilio vale 1 $ e si versano 1 milione di barili si è perso 1 milione di $.

 

 

LA BONIFICA

 

Per limitare i danni è necessario l’intervento veloce e diretto, lasciando ai processi naturali, per loro natura molto lunghi, il completamento dell’azione pulente.

L’accordo internazionale di Helsinki per la protezione del mar Baltico prevede l’impegno ad intervenire entro 6 ore dall’incidente e a neutralizzare lo sversamento in mare di 10.000 tonnellate di petrolio entro 10 giorni. “Bisogna allora pensare a una distribuzione lungo le coste di un maggior numero di navi” (mezzi d’intervento n.d.r.) come affermava l’ing. Pietro Degli Esposti del Centro Studi di Tecnica Navale di Fincantieri (CETENA) già nel 1994.
(“Versamenti di idrocarburi e danni ambientali”)

L’intervento umano si articola nelle seguenti fasi:

  • individuazione della fonte inquinante;
  • limitazione del versamento;
  • contenimento del greggio;
  • pulizia del mare.

 

Individuazione della fonte inquinante

 

E’ estremamente importante per contenere e limitare l’espansione del versamento. Il primo allarme arriva solitamente da chi ha causato lo sversamento ma è comunque necessaria, da parte delle autorità competenti, una notevole attività di sorveglianza delle coste e del mare con navi ed aeromobili.

La fonte dell’inquinamento è il luogo in cui si ha il massimo spessore di petrolio galleggiante e quindi la possibilità di utilizzare con efficacia i grandi skimmer oleofili. Bastano poche centinaia di metri e poche ore perché lo sversamento assuma uno spessore inadatto a quei dispositivi.

 

Limitazione del versamento

 

Quando lo sversamento è conseguente a incidenti che generano falle o squarci nello scafo di petroliere o in serbatoi, doppi fondi e casse contenenti liquidi inquinanti si deve cercare di trasferire il loro contenuto in altri contenitori integri.

Per essere efficace, l’intervento deve essere quanto mai immediato; la sua tempestività, eseguita con mezzi idonei, può evitare l’estensione dei danni.

 

Contenimento del greggio

 

Si realizza mediante sbarramenti protettivi con boe e barriere galleggianti, sia in fase preventiva che in fase operativa. Nei terminali degli oleodotti sono spesso presenti sia barriere galleggianti fisse sia sistemi di barriere a bolle d’aria per impedire che petrolio sfuggito accidentalmente possa spandersi nell’ambiente circostante. Correnti con velocità superiori a 1,5 nodi, tipicamente presenti nei fiumi o negli estuari, possono fare uscire l’inquinante dalla barriera.

In tali recinti l’olio raggiunge spessori nell’ordine di alcuni centimetri (fino a 10) rendendo possibile l’impiego di skimmer oleofili.

 

Pulizia del mare

 

In presenza di un disastro esiste una prima reazione emotiva delle popolazioni coinvolte e così vediamo interventi effettuati con ogni mezzo a disposizione: reti, secchi, stracci nella seppur illusoria prospettiva di ridurre, pulire o eliminare il danno. Successivamente assistiamo all’intervento di organizzazioni (i già citati gruppi di competenza “tier”) le cui operazioni sono pianificate negli Emergency Response Action Plan.

 

Interventi d’emergenza

 

Si attuano in risposta a disastri ambientali che, per altro, sono più frequenti di quanto non appaia e non sono soltanto eventi paragonabili al Golfo del Messico. E’, per esempio, un’emergenza quella dello sversamento in mare di 20.000 litri di olio combustibile verificatosi in Sardegna l’11 gennaio 2011 durante le operazioni di travaso dalla nave cisterna Emerald alla centrale termoelettrica E.On di Fiumesanto, Porto Torres.

Lo sversamento si è verificato “vicinissimo ad alcune fra le più belle spiagge dell’isola, da Platamona a Stintino e proprio di fronte all’area marina protetta del Parco Nazionale dell’Asinara” (Clara Gibellini su Il Fatto Quotidiano del 22 gennaio 2011).

Un’altra emergenza è quella occorsa sulle coste Pugliesi di Otranto a seguito di una chiazza oleosa, probabilmente originata dal lavaggio delle cisterne di una nave, che ha inquinato una larga fascia marina sino a giungere sulle spiagge del litorale. (Comunicato Stampa WWF – 27 agosto 2012)

Nel Mediterraneo gli interventi d’emergenza sono regolamentati secondo gli standards IMO previsti nella convenzione OPRC (Oil Pollution Preparedness, Response and Co-operation) alla quale si attiene REMPEC (Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for the Mediterranean Sea) per disporre le direttive di attivazione dei piani nazionali.

 

Il fuoco

 

L’incendio volontario è uno dei primi interventi ad essere attivati per eliminare il greggio mediante la sua combustione. A tal fine, per esempio, l’aeronautica militare britannica bombardò la petroliera Torrey Canyon onde evitare che lo sversamento raggiungesse le coste inglesi e francesi.

L’operazione deve essere eseguita solo in condizioni di totale sicurezza e per attivare la combustione si spargono sostanze altamente infiammabili ma al più presto, prima che le componenti più leggere ed infiammabili del petrolio volatilizzino.

Incendiare il petrolio richiede condizioni di calma del mare (altezza delle onde inferiore a 0,6 – 0,9 m e velocità del vento inferiore ai 9-10 nodi | fonte ISPRA) ed è consigliata solo per rimuovere spessori di almeno 0,25 cm. Incendiare chiazze di petrolio quando la velocità del vento si avvicina ai 20 nodi è abbastanza complicato ma, una volta iniziata, la combustione resiste anche a velocità del vento superiori. Negli Stati Uniti per bruciare il petrolio in situ occorre la preventiva autorizzazione di organismi appositi quali i Regional Response Teams (RRTs) o i Federal On-Scene Coordinator (FOSC). Infatti, la combustione del petrolio può creare gravi effetti secondari che devono essere attentamente valutati: possono svilupparsi grandi quantità di fumi che possono impattare sull’avifauna e, più in genere, sulla biovita presente nelle vicinanze; in altri casi i residui di petrolio combusto possono addensarsi e, una volta raffreddati, possono affondare e contaminare i fondali.

I risultati ottenuti con il fuoco sono scarsi, infatti la temperatura dell’acqua raffredda la sostanza da bruciare impedendo il raggiungimento della temperatura di combustione delle diverse componenti, specialmente se lo stato del mare è agitato.

Esistono barriere resistenti al fuoco con cui circoscrivere la macchia d’olio e quindi provocarne la combustione mediante l’esplosione di cariche incendiarie installate nelle barriere stesse.

 

I disperdenti

 

I disperdenti riducono la tensione superficiale acqua/petrolio favorendo la disgregazione delle particelle di petrolio in parti sempre più piccole e ostacolandone la successiva ri-agglomerazione; sono agenti chimici che emulsionano, disperdono o solubilizzano le molecole degli idrocarburi petroliferi nella colonna d’acqua, favorendone la degradazione ad opera di agenti fisici o microbiologici naturali.

L’uso efficace dei disperdenti richiede condizioni opportune. Se la velocità del vento e l’altezza delle onde supera un certo limite (vento oltre i 25 nodi ed onde alte oltre 10 piedi o 3 metri), il petrolio si disperde naturalmente. Generalmente l’uso di disperdenti è limitato a film di spessore compreso fra il millesimo ed il centesimo di pollice, tuttavia i disperdenti di nuova generazione e nuove tecniche di impiego hanno esteso tale range anche a film spessi fino a 0,1 pollici (0,25 cm).

Anche per l’uso di disperdenti, negli Stati Uniti, occorre preventiva autorizzazione del Regional Response Teams (RRTs) o del Federal On-Scene Coordinator (FOSC).

I prodotti disperdenti sono classificati in due gruppi distinti:

  1. disperdenti convenzionali (solventi di idrocarburi e miscele di emulsionanti);
  2. disperdenti concentrati (solventi ossigenati, agenti umidificati e miscele di emulsionanti).

I prodotti disperdenti concentrati di solito garantiscono una migliore e più celere dispersione rispetto ai disperdenti convenzionali. I prodotti disperdenti possono essere impiegati tal quali o diluiti con acqua di mare. Test di laboratorio hanno mostrato che i disperdenti, sia convenzionali che concentrati, quando diluiti possono disperdere un volume di idrocarburi pari fino a otto volte il proprio volume; invece, i disperdenti concentrati non diluiti possono disperdere un volume di idrocarburi pari a ottanta volte il proprio volume. Tali performance sono difficilmente riproducibili in condizioni reali in cui il rapporto di dispersione osservato è di circa 1 a 2 per i disperdenti convenzionali e circa 1 a 15 per i disperdenti concentrati non diluiti.

L’efficacia dei disperdenti diminuisce quando la viscosità dell’inquinante supera il limite dei 400 centistokes. Poiché la viscosità aumenta al diminuire della temperatura la dispersione avviene con difficoltà in mari freddi la cui temperatura sia al di sotto di 10 °C.

L’applicazione di disperdenti avviene generalmente a mezzo di nave o aereo.

 

Gli assorbenti

 

Gli assorbenti sono costituiti da materiali inerti e insolubili in acqua che vengono utilizzati per rimuovere le molecole degli idrocarburi petroliferi sfruttando:
– la loro capacità assorbente (all’interno del materiale che funziona da spugna)
– la loro capacità adsorbente (rivestimento della superficie esterna del materiale).
Sulla base del test di efficacia un prodotto è considerato accettabile quando l’assorbente è in grado di trattenere almeno il 60% di petrolio rispetto al suo peso; sulla base del saggio di tossicità un prodotto è considerato accettabile quando non mostri effetti di tossicità statisticamente significativi rispetto al controllo.

Il decreto DPN-DEC-2009-403 del 31 marzo 2009 suddivide i materiali assorbenti inerti in tre categorie:

  1. assorbenti di origine vegetale o animale (paglia, fibre di cellulosa, sughero, residui di lavorazione di vegetali, piume di uccello),
  2. assorbenti di origine minerale (polveri vulcaniche, perliti, vermiculite, zeoliti),
  3. assorbenti di origine sintetica (polietilene, polipropilene, poliuretano, poliestere).

I materiali assorbenti sono direttamente impiegabili in mare ammesso che
– risultino inerti da un punto di vista chimico e biologico;
– non contengano sostanze chimiche additive;
– non svolgano azione affondante nei confronti degli idrocarburi.

 

Rimozione meccanica

 

Il rapporto ISPRA Sversamenti di prodotti petroliferi: sicurezza e controllo del trasporto marittimo, a pag. 62, dice: “L’efficacia della rimozione meccanica decresce sensibilmente all’aumentare del moto ondoso e della velocità del vento. Viene consigliata se l’altezza delle onde non supera 2–3 piedi (0,6 – 0,9 m) e se la velocità del vento è inferiore ai 9-10 nodi, parametri questi che possono limitare anche la sicurezza delle operazioni del personale impiegato. Inoltre, la rimozione meccanica non è consigliata quando lo spessore del film di petrolio è inferiore ad un millesimo di pollice.
Ricorrere alla rimozione meccanica implica anche la pianificazione delle operazioni di trasporto e stoccaggio del petrolio raccolto.”

La rimozione fisica del petrolio dalla superficie dell’acqua diminuisce il rischio e la minaccia di contaminazione per l’ambiente e la biovita.

Si effettua con dispositivi (skimmer) galleggianti sulla superficie dell’acqua in grado di raccogliere sostanze petrolifere di diversa viscosità.

Vedi la sezione Oil Skimmers.

    
         


Golfo del Messico

JP | Tuesday, 20th April 2010

Nel Golfo del Messico esplode la piattaforma Deepwater Horizon.

Lo sversamento di greggio durerà quasi 3 mesi, fino al 15 luglio, e finiranno in mare qualcosa come 4,9 milioni di barili, circa 780.000  m³, 780 milioni di litri di petrolio.

A fronte di tale disastro i tentativi di bonifica appaiono talora patetici.

L’evento é a lungo una notizia da prime pagine.
Kevin Costner sembra aver inventato il separatore centrifugo e i suoi interventi video impazzano su YouTube
[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=Z8O3aEBvnbU]
La BP ne acquista 32, a 500.000 dollari l’uno (fonte “Los Angeles Time”), per poterli provare, ma i test non vanno un gran che bene (fonte “The Guardian”).
I separatori, quando funzionano bene, separano ma non raccolgono e quindi sono utili dopo che si é stati capaci di raccogliere la mistura da separare.
In giugno arriva una nave mastodontica, modificata al fine di funzionare come oil skimmer e promette di raccogliere 500.000 barili (79,5 milioni di litri) di mistura acqua/olio al giorno: sarà un fallimento totale.
Penso al BeeLot, scrivo a Caterpillar, RAI-2, proponendomi come alternativa a Kevin Costner…

    
         


TJP